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Re: Recensioni dei libri

Oggetto: Re: Recensioni dei libri
inviato da Gurgaz il 25/10/2006 10:30:50

L'IDIOTA --- di Fëdor Dostoevskij

Appena terminata la lettura di questo libro sono stato assalito da un moto di ammirazione per Dostoevskij, come se si non fosse già preso un posto d’onore tra i miei scrittori preferiti. Da una vita non certo facile è riuscito a trarre una mole di pensieri e problematiche, la cui estrema ricchezza risulta interessante per i lettori di qualsiasi epoca. Nel 1867 gli era appena morta una figlia, eppure dopo una simile tragedia è riuscito a scrivere un romanzo di questo spessore.

L’idiota in questione è il principe Lev Myškin, protagonista indiscusso della vicenda. “Idiota” etimologicamente vuol dire “particolare, distinto dagli altri, straniero”. Il racconto inizia proprio con l’arrivo a Pietroburgo del principe, che ha trascorso l’infanzia e la gioventù in Svizzera per curare i suoi gravi disturbi nervosi. Egli entra in un mondo fatto di convenzioni, di etichetta, di superficialità e trame segrete, ma la sua indole bonaria, la sua sensibilità disarmante, il suo ingenuo candore e la sua incapacità di adeguarsi agli schemi colpiscono ogni livello della società pietroburghese. Myškin conosce Nastas’ja Filippovna, per tutti una donna di malaffare ma ai suoi occhi un essere bisognoso d’amore, e questa è conquistata dalla sua bontà. Rifiuta però di sposarlo, per paura di rovinarlo con la sua bassezza morale, e fugge con Rogožin, l’impetuoso antagonista del principe. Nel giro di pochi mesi, Myškin diventa una figura nota a tutti, destando ora affetto, ora ilarità. Un’altra donna resta affascinata dall’onesto e sincero idiota: è Aglaja Ivanovna Epančin, la bellissima ed irruenta figlia di un generale. In una sarabanda di eventi curiosi, personaggi secondari che rubano la scena ed ampie riflessioni, il principe è obbligato a scegliere tra le due donne. Myškin non è in grado di decidersi, perché a differenza delle altre persone egli non desidera possedere le donne, timoroso come è di prevaricare gli altri. Aglaja lo abbandona sdegnata e Nastas’ja ritorna tra le braccia di Rogožin pochi attimi prima di entrare in chiesa. Per Myškin non c’è altro da fare che seguire i due a Pietroburgo, dove scoprirà che l’avversario ha ucciso la donna perché non poteva essere sua. Il principe è l’unico a comprendere il suo gesto a non condannarlo.

Il libro è incentrato sulla contrapposizione tra il principe Myškin, con cui Dostoevskij ha cercato di ritrarre un uomo “completamente buono”, e la società che lo circonda. Le logiche dell’interesse e del calcolo meschino sono del tutto assenti dalle azioni del principe, che anzi si rende spesso pubblicamente ridicolo. Eppure egli intuisce perfettamente le motivazioni altrui e, con disarmante ingenuità, le sa giustificare. La sua breve ma intensa comparsa a Pietroburgo lascia un segno indelebile su molte persone, costringendole a mettersi in discussione e a rivedere la propria condotta. Anche se in fin dei conti non risolve niente, Myškin rappresenta la costante sfida dei valori spirituali contro un mondo dominato dalla materia e dal tornaconto.

Dostoevskij sapeva bene che l’unica figura a cui poteva ispirarsi per il suo protagonista era quella di Gesù Cristo; ciononostante Myškin risulta assai differente, buono più per il candore dei suoi sentimenti che per la rettitudine delle sue azioni, spesso discutibili nell’ambito di una società civile. Come Cristo, Myškin è uomo dello scandalo e del rinnovamento spirituale, anche se le due figure sono di portata incommensurabilmente diversa, come è ovvio.

L’idiota è scorrevolissimo, piacevole in ogni riga delle sue 710 pagine. È un tripudio di emozioni, situazioni imbarazzanti, apologhi morali e spunti per chi ha voglia di lambiccarsi un po’. A me piace molto leggere libri datati e trovare stimoli per la mente, assieme ad una storia avvincente nella peculiare ambientazione della Russia ottocentesca. Questo autore sa affascinarmi oltre ogni misura, perché ricerca con insistenza la forza dell’espressività, piuttosto che il tocco di stile. Se è caratterizzato di una simile profondità, anche il più ristretto moralismo può risultare accettabile, o comunque degno di considerazione.
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