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Re: Recensioni dei libri

Oggetto: Re: Recensioni dei libri
inviato da Gurgaz il 5/1/2008 11:17:28

L’ULTIMO DEI MOICANI --- di James Fenimore Cooper

Nonostante la mia scaletta delle letture finisca per essere inevitabilmente sovvertita, la lettura di questo pregevole romanzo d’avventura datato 1826 era una tappa obbligata del percorso iniziato con Miti e leggende degli indiani d’America. Di tutt’altro respiro, l’opera di J.F. Cooper si presenta come un racconto ricco di intrattenimento, ma con notevoli spunti pittoreschi e meditativi. Pur nella sua redazione antiquata e non priva di difetti, si tratta di un lavoro degno e memorabile.

L’ultimo dei Moicani è costituito da 353 pagine, ripartite in 33 capitoli. Il racconto è ambientato nel 1757, durante le guerre coloniali nel Nuovo Mondo, che si svolgono tra inglesi e francesi. In questo contesto si inserisce la vicenda di due giovani donne, Cora e Alice, che decidono di raggiungere l’anziano padre, il colonnello Munro, presso il forte da lui presidiato. Purtroppo scelgono il momento sbagliato, perché i francesi del marchese di Montcalm hanno posto il forte sotto assedio. Nel disperato tentativo di raggiungere il padre, Cora e Alice saranno accompagnate dal maggiore Duncan Heyward e dallo strampalato maestro di canto David Gamut. La loro guida indiana, l’Urone Magua, cova un progetto di vendetta contro Munro: vuole ferire il colonnello rapendo le sue figlie. Sul loro cammino incontrano l’esploratore bianco Occhio di Falco e i due Moicani Chingachgook e Uncas, rispettivamente padre e figlio; costoro si offrono di scortare le donne attraverso la foresta. Il piano di Magua non tarda ad attuarsi e solo l’esperienza e l’intraprendenza degli “uomini dei boschi” riescono a salvare i compagni meno esperti dalle grinfie del perfido Urone. Al forte non trovano che un attimo di tregua, poiché i francesi costringono Munro alla resa. Cora ed Alice sono nuovamente rapite e stavolta la loro liberazione richiederà lunghe ricerche e grandi sacrifici da parte dei loro compagni. Un po’ alla volta, le figure dei Moicani acquistano sempre più mordente, così come l’accesa rivalità tra Uncas e Magua. La vera svolta della vicenda si ha verso la fine, quando Uncas si manifesta davanti ad una tribù Delaware, rivelando di essere l’ultimo discendente di una stirpe di gloriosi guerrieri. Riconosciuto dal venerabile saggio Tamenund, Uncas può guidare i Delaware contro Magua, ma nella sfida finale per liberare Cora troverà la morte, assieme alla donna bianca che amava. Con un funerale indiano degno dell’Iliade si conclude l’opera.

Un racconto formidabile, dove la raffinatezza delle descrizioni paesaggistiche ed etnologiche si unisce alla scorrevolezza della trama. L’autore si configura come il Walter Scott americano, al lavoro per dare alla neonata nazione un degno passato mitico. Per quanto la loro veridicità storica lasci a desiderare, i personaggi di Cooper sono estremamente ben caratterizzati e non arrestano il loro sviluppo dalla prima all’ultima pagina. Si può osservare la tendenza a suddividere gli indiani in “buoni” (amichevoli verso i bianchi) e “cattivi” (le stirpi orgogliose del loro antico dominio); tuttavia, l’intera vicenda è subordinata alla sfida epica tra il generoso Uncas e il diabolico Magua, che assume i tratti di una vera e propria tragedia teatrale. Il testo è privo di grossi espedienti letterari o di tecnicismi; è semplice ed efficace, per quanto il tono dei dialoghi sia quello del XVIII secolo. Le parti narrative e i discorsi predominano sulle descrizioni, che compaiono solo per tracciare brevi panoramiche sugli scenari della vicenda. Cooper ambienta il romanzo in luoghi visti di persona e le sue illustrazioni hanno la forza della verità. Lo stesso dicasi per le tradizioni dei pellerossa, indagate e riprodotte con cura, anche se Cooper attribuisce i tratti ammirevoli ai Delaware e quelli brutali agli Uroni. C’è però il desiderio di ritrarre gli indiani come un popolo nobile nella sua sconfitta: il pellerossa assurge a dignità di simbolo.

L’ultimo dei Moicani ha il gran pregio di conciliare il piacere della lettura con la riflessione e l’informazione. Non sono molti i romanzi odierni che possono permetterselo. Lo raccomando a tutti gli amanti del romanzo in sé, perché troveranno una bella storia in un contesto accattivante; lo consiglio altresì a chi come me prova un profondo senso di desolazione per il genocidio perpetrato ai danni dei nativi americani. In questo libro, magari attraverso idealizzazioni eccessive, si trova un forte intento celebrativo nei confronti di un popolo, sconfitto perché migliore dei suoi vincitori.
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