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Re: Recensioni dei libri
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GUERRA E PACE --- di Lev Tolstoj

Non credo di sbagliare affermando che Guerra e Pace è un romanzo sulla bocca di tutti, ma un innato timore reverenziale e l’immane mole di questo capolavoro della letteratura ne scoraggiano la fruizione da parte del pubblico contemporaneo. Io stesso, noto divoratore di libri, ho impiegato quasi quattro mesi per terminarlo e ho sofferto qualche piccola crisi, complice un periodo piuttosto intenso della mia vita.

Se avessi rinunciato a proseguire non me lo sarei mai perdonato, perché questo testo è troppo denso di pensieri, fatti e considerazioni di largo respiro per essere ignorato. Si tratta di un romanzo storico pubblicato a puntate tra il 1865 e il 1869, mentre la vicenda narrata è ambientata sessant’anni prima, cioè ai tempi dell’invasione della Russia da parte di Napoleone. Lo scenario è ricostruito con grande fedeltà e gli avvenimenti storici costituiscono lo sfondo per le vicissitudini di numerosi personaggi. In un’epoca tumultuosa per la Russia, Tolstoj presenta le esperienze di vita di tre famiglie nobili, i cui destini finiscono per intrecciarsi. Si possono individuare tre protagonisti, ma solo in base allo spazio che è loro dedicato; infatti, ciascuna figura è tracciata con cura impressionante e segue un percorso evolutivo nell’arco del libro. È improponibile riassumere una trama che abbraccia dieci anni di storia russa, più le innumerevoli vicende familiari dei protagonisti, perciò mi limito a sottolineare la completezza del libro, la finezza con cui sono ritratti i personaggi storici e la suprema attenzione con cui Tolstoj trasmette l’atmosfera di quegli anni, dove guerra e pace si alternavano senza sosta.

Per quanto riguarda i nuclei tematici, può essere utile passare in rassegna i tre eroi di Guerra e Pace. Il primo, Pierre Bezuchov, è un uomo divenuto ricco da un giorno all’altro e proprio per questo non riesce ad orientare la sua vita, trascorrendo i giorni nel vizio e nell’insoddisfazione. Attraverso numerosi errori ed esperienze laceranti, Pierre acquista maggior consapevolezza di sé e finalmente riesce a trovare risposta ai dubbi che lo tormentano. Il principe Andrej Bolkonskij, invece, è rimasto profondamente disilluso dopo la sconfitta di Austerlitz e vive nell’apatia più completa. Solo l’incontro con la terza figura chiave, Natasa Rostov, lo smuove dal suo stato e stimola la sua vitalità, ma il loro fidanzamento viene rotto a causa dell’immaturità di Natasa. Quando molto tempo dopo Andrej muore e Natasa lo assiste negli ultimi giorni, per entrambi è un momento di crescita morale e spirituale. Alla fine, Natasa diventerà moglie di Pierre e una madre esemplare.

Nessun riassunto può compendiare quanto scritto in pagine e pagine di romanzo. Guerra e Pace è uno spaccato della società e della storia ottocentesca della Russia, una miniera di informazioni e una lunga ed ordinata riflessione. Il tema più caro a Tolstoj è sicuramente il significato della storia e la confutazione degli storiografi del suo tempo, che solevano trovare nell’iniziativa e nella genialità di pochi individui le cause dei grandi avvenimenti. Secondo Tolstoj, invece, l’uomo moderno non può accettare queste semplificazioni e la storia va vista come l’esito delle azioni di milioni di uomini, nessuno dei quali è interamente libero o costretto. Un argomento che può ancora far discutere, visto che oggi l’umanità sembra ancora convinta che pochi uomini determinino il destino di molti.

Il testo è abbastanza scorrevole, perché sobrio e sempre in grado di appassionare. Mi sento però in dovere di mettere in guardia i potenziali lettori: il romanzo è ampio e dettagliato, ma quel che risulta più ostico sono le lunghissime parti scritte in francese. Non so perché, ma questi brani non vengono tradotti (mentre i trafiletti in tedesco sì) e a tratti sono pesanti, anche per chi il francese lo conosce. Inoltre, la parte iniziale è assai traumatica per il numero spropositato di personaggi introdotti in poche pagine. In questi momenti mantenere alta l’attenzione è un’autentica impresa, poi per fortuna il testo si concentra su alcune figure ed i tempi si dilatano. Nel complesso, un romanzo che consiglio per l’enorme ricchezza di temi e fatti degni di nota, tuttavia solo a chi ha tempo da dedicare alla lettura ed è disposto ad impegnarsi a fondo.

Inviato il: 29/4/2007 20:08
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Di idee morali non ce ne son più, oggi; e quel ch’è peggio, pare che non ne siano mai esistite. Sono scomparse, inghiottite sin nei loro più piccoli significati... Da L'adolescente di F.Dostoevskij
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Re: Recensioni dei libri
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V.M.MANFREDI: "Il faraone delle sabbie" (1998)
GENERE: THRILLER STORICO

Sesto secolo a.C.: il profeta Geremia fugge da Gerusalemme per nascondere l'Arca dell'Alleanza...
A fine ventesimo secolo, un famoso egittologo, William Blake, viene contattato da una misteriosa organizzazione per dirigere gli scavi di una strana tomba egizia in un luogo a lui sconosciuto, ma chiaramente ben distante dall'Egitto...

Nel frattempo, un'ombra segreta incombe sul mondo occidentale: un'organizzazione terroristica mediorientale minaccia di far esplodere degli ordigni nucleari se non verranno rispettate le sue richieste...
Tre storie, tre misteri diversi ma strettamente collegati, più di quanto anche il lettore più arguto possa sospettare.

Ho scelto di cominciare le mie recensioni nel club proprio con questo libro, perché è sicuramente uno dei romanzi che più mi sono piaciuti in tutta la mia vita. Già semplicemente notando la data di pubblicazione si possono comprendere due elementi fondamentali: a) è un antesignano di un genere, il thriller storico, che, a partire da "il codice Da Vinci", ha cominciato a spopolare nelle librerie di mezzo mondo, tanto da essere ormai pressoché saturo; b) tratta questioni come la guerra in Israele e la minaccia terroristica islamica, che sono esplose però ben tre anni dopo la pubblicazione del romanzo con l'attacco alle torri gemelle. Si può dire che sia, in un certo senso, due volte "profetico".

Ma non è solo questo il suo pregio: l'autore ha saputo infatti creare un'opera molto attenta alle varie esigenze di un genere ancora in parte in gestazione, ovvero la fedeltà alla realtà storica (i geroglifici, la geografia, le datazioni...), la costruzione psicologica dei personaggi (stupendo secondo me Husseini) e la vivacità della trama.

Dovendo valutare quest'opera le concederei un bel 9. La consiglio in particolare come regalo per chi ama questo genere ma lo ritiene ormai ripetitivo: quanto è vero che molte volte per trovare delle novità bisogna rivolgersi al passato!

Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta...

Inviato il: 29/4/2007 20:25
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Re: Recensioni dei libri
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FIGLI DELL’ARMAGEDDON (I) --- di Terry Brooks

Io non disprezzo Terry Brooks, perché è grazie ai suoi romanzi che ho scoperto il genere fantasy. Ciononostante ho gradualmente perso ogni interesse per i suoi scritti, incentrati ognora sulle medesime tematiche e sullo sfruttamento permanente di uno stile narrativo di successo. Se non lo avessi ricevuto in regalo, non avrei mai preso in mano I figli dell’Armageddon, primo romanzo dell’ennesima trilogia del fortunato scrittore americano.

Non nego che i primi paragrafi hanno solleticato le mie corde. Il libro è ambientato in una terra post-apocalittica, devastata dalle guerre batteriologiche e dalla comparsa di una razza di esseri superiori, chiamati Demoni. Il pianeta è ecologicamente sconvolto, assieme alla civiltà come noi la conosciamo. I pochi sopravvissuti vivono asserragliati nelle cosiddette fortezze, grandi edifici facilmente difendibili, bersagliati dai continui attacchi dei demoni e degli umani da loro asserviti. Coloro che non accettano di vivere nelle fortezze sono emarginati ed isolati. Questo è il destino degli Spettri, una banda di ragazzini capeggiati dall’intraprendente Falco. Che speranza resta agli uomini, in questo mondo terribile? Esistono i Cavalieri del Verbo, cui è stato conferito uno speciale potere magico per combattere i Demoni. Il libro riesce appena ad abbozzare le storie di due Cavalieri: Angela Perez, partita in cerca del popolo degli Elfi, e Logan Tom, il cui compito è trovare il Variante, una creatura chiave nella lotta contro i Demoni.

In 340 pagine si conoscono a malapena i personaggi principali e viene presentata la nuova ambientazione, se di novità possiamo parlare. Gli Elfi sono ancora intenti a preservare l’Ellcrys (più nota al grande pubblico come l’Eterea), la magia è un dono di natura conferito a chi risolverà la questione (il Variante), mentre gli altri la posseggono sotto forma di oggetti (i bastoni dei Cavalieri del Verbo). Stesso stile narrativo di sempre, con continui flashback sul burrascoso passato dei protagonisti e decine di pagine riempite con riflessioni, domande e considerazioni fini a se stesse.

Nulla da eccepire su questo. È ben scritto, è scorrevole e non scade mai di tono. Solo che non è interessante ed è uguale a qualsiasi altro libro di Terry Brooks, salvo il contesto. I figli dell’Armageddon è una semplice introduzione alla nuova saga, perché in quanto a fatti ha poco da offrire. Almeno ciascun romanzo del Ciclo di Shannara esauriva una storia, pur lasciando mille percorsi aperti per sfruttare (commercialmente) la trama. Questo libro, invece, interrompe la narrazione d’un sol botto, senza che sia accaduto un accidente di niente.

Non è una questione di pregiudizio. Dopo i primi capitoli sembrava promettere bene, se non altro una collocazione diversa avrebbe permesso allo scrittore di spaziare su campi ed argomenti mai trattati. Al contrario, la missione consiste nel ricercare i perduti Elfi (nell’Oregon invece che a Morrowindl) e salvare un fantomatico Variante (che stranamente non si chiama Ohmsford), mentre un essere malvagio chiamato Delloreen (=Mietitore) è stato inviato sulle tracce della protagonista da un altro demone di nome Findo Gask (=Dagda Mor). Come in passato, i nomi scelti da Brooks suonano ancora in modo orribile.

Poca azione, dialoghi stringati e tanti, tantissimi pensieri. Sinceramente non mi intriga leggere i dubbi e le difficoltà dei personaggi letterari, quando restano confinate nel contesto del libro senza assumere valore universale. Purtroppo con Brooks si sa che è così e che non c’è alcuna speranza di evoluzione. La maturità lo porta ad esasperare le caratteristiche che hanno fatto la sua fortuna, come è tipico degli odierni autori di best-seller. Non posso biasimarlo: in fondo quando si vive stabilmente alle Hawaii e si incassano milioni di dollari l’anno scrivendo libri sempre uguali, perché mai rischiare di rovinarsi la festa e la fama solo per il gusto di cambiare?

Inviato il: 9/6/2007 23:03
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Di idee morali non ce ne son più, oggi; e quel ch’è peggio, pare che non ne siano mai esistite. Sono scomparse, inghiottite sin nei loro più piccoli significati... Da L'adolescente di F.Dostoevskij
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Re: Recensioni dei libri
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HARRY POTTER AND THE DEATHLY HALLOWS, di J.K.Rowling

Harry è rimasto solo. Anche Albus Dumbledore, il suo ultimo e maggiore protettore, è caduto, e gli ha lasciato un improbo compito: distruggere gli Horcrux, i malefici oggetti in cui risiede parte dell'anima di Voldemort. Anche se al suo fianco ci sono sempre il fedele Ron e la geniale Hermione, l'impresa sembra comunque impossibile per dei giovani appena diventati maggiorenni. Dumbledore ha lasciato loro soltanto delle deboli tracce, nella forma di tre misteriosi oggetti lasciati loro in eredità: lo Spegnino, il primo Boccino d'Oro acchiappato da Harry sei anni prima e un libro di fiabe che riporta una strana storia riguardo a tre fratelli che avevano ricevuto dalla Morte tre potentissimi Doni. Mentre i tre ragazzi, perennemente in fuga dai Mangiamorte, cercano di trovare gli Horcrux e di distruggerli, l'intero mondo magico, nonostante la strenua opposizione dell'Ordine della Fenice, sta cadendo inesorabilmente fra gli artigli dell'Oscuro Signore, che però, invece che godersi il ritorno al potere, sembra ancora ossessionato da Harry e disposto a tutto pur di distruggerlo, anche ad inseguire un mito, un'arma incincibile che distrugga il Ragazzo Che È Sopravvissuto.
Nessuno dei due può vivere finché l'altro sopravvive...

Il settimo e ultimo volume della saga è completamente diverso da tutti gli altri sei. Il ritmo è molto più incalzante, l'azione è nettamente maggiore fin dall'inizio, con la rocambolesca fuga di Harry da Privet Drive. Ciononostante, la narrazione non perde di fluidità, nemmeno quando molte sotto-trame cominciano ad intrecciarsi: la ricerca degli Horcrux, il rapporto fra i ragazzi e dei ragazzi con il mondo esterno, i Deathly Hallows (definizione che io personalmente tradurrei con "Doni della Morte" piuttosto che con "reliquie mortali", che sembra essere la scelta editoriale italiana). Alcune scene del romanzo sono fra le più pregevoli dell'intera serie: la già citata fuga da Privet Drive, la descrizione delle memorie di un personaggio (non vi dico chi sennò vi rovino tutto) nel Pensatoio, e la battaglia finale, che è veramente meritevole sia come ambientazione e atmosfera che come stile.

Sempre parlando di stile, questo volume è la degna continuazione della seconda triade della serie: come gli episodi 4,5 e 6, infatti, i richiami alle opere precedenti sono limitati (del resto, si spera bene che uno si sia letto gli altri volumi prima di imbarcarsi nel 7, no?), la lunghezza è simile, e simile è l'approccio alla materia. Molto spesso la Rowling preferisce lasciar intuire quello che succede, piuttosto che descriverlo per filo e per segno, e questo rende la narrazione più veloce, ma anche più difficile da afferrare alla prima lettura. Se si rileggono certi passaggi dopo aver finito l'opera, si capiscono molte cose nuove, e si riescono ad apprezzare sfumature che prima erano passate inosservate. Questa è una caratteristica comune un po' a tutta la serie, ma qui risalta particolarmente, specialmente in una breve ma stupenda scena... che però non vi descrivo per evitare spoiler, visto che è verso la fine!

La compponente negativa del romanzo, per certi versi, sta nella coerenza al limite del sadismo (e forse anche un po' più in là) con cui l'autrice persegue l'obiettivo di rendere realistico il romanzo. E, come si sa, ogni battaglia esige il suo tributo di morti...

Il mio giudizio è comunque pienamente positivo, questo volume è il degno finale di una serie che segnerà la storia della letteratura nei decenni a venire.

Inviato il: 24/7/2007 17:41
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Re: Recensioni dei libri
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L’UOMO SENZA QUALITÀ --- di Robert Musil

Il titolo di questo romanzo ha esercitato a lungo il suo fascino su di me, certamente perché percepisco qualche affinità con il protagonista dell’opera più celebre dell’austriaco Robert Musil. In una certa misura mi sento vicino anche all’autore, che prima di impugnare la penna era guarda caso un ingegnere. All’inizio dell’estate mi sono accinto a leggere questo testo sicuramente impegnativo, ma capace di offrire momenti affascinanti.

Nonostante le sue fittissime 1091 pagine, L’Uomo Senza Qualità è un racconto rimasto incompiuto, al quale lo scrittore lavorò regolarmente dal 1923 al 1942, anno della sua morte. Doveva essere il romanzo della sua vita, il lavoro posto a coronamento del suo modo di pensare e della miriade di problematiche ravvisate nella società contemporanea. Osservatore super partes del mondo borghese austro-ungarico è Ulrich, uomo dai molteplici talenti ma troppo affascinato dall’esattezza scientifica per non accorgersi che la realtà è indefinita ed indeterminata. Questa sua visione blocca ogni suo spirito d’iniziativa e gli fa liquidare ciascuna scelta con una nota ironica. Non gli impedisce però di osservare le persone intorno a lui. I soggetti preferiti di Ulrich, corrispondenti ai nuclei tematici e narrativi del romanzo, sono: il Comitato dell’Azione Parallela, un gruppo di intellettuali e funzionari dell’alta società viennese, illusi della propria potenza ma di fatto incapaci di qualsiasi azione; la vicenda dell’assassino Moosbrugger e il desiderio di Clarisse, amica di Ulrich, di conoscere e redimere il criminale; la vita privata della sorella Agathe, ricomparsa dopo anni di oblio per scoprirsi mistica compagna di Ulrich.

Gli avvenimenti veri e propri sono così pochi e spesso insignificanti da non richiedere alcun riassunto. L’Uomo Senza Qualità è un romanzo moderno, spesso accostato all’Ulisse di Joyce e alla Ricerca del Tempo Perduto di Proust, con i quali condivide l’uso frequente del monologo interiore. Buona parte del testo è quindi pensiero, riflessione, in alcuni tratti lucida ed oggettiva, in molti altri tendente al visionario. Il fatto che l’opera sia stata scritta in un tempo così lungo è evidente, perché Musil non focalizza la propria attenzione su alcuni elementi singoli, o su una storia di senso compiuto, ma predilige argomenti differenti secondo il periodo. La prima parte, “una specie d’introduzione”, pone le basi dell’ambiente e presenta il protagonista, che per il resto del libro resterà figura indistinta. Nella seconda, “le stesse cose ritornano”, si pone l’accento sulle contraddizioni dell’alta società dell’epoca, raffinata ed imbelle allo stesso tempo, soprattutto incapace di trovare un filo conduttore e un valore che fosse degno di diventare universale. La terza ed ultima parte, “verso il Regno Millenario”, vede la comparsa di Agathe e la deriva di Ulrich verso una contemplazione mistica della realtà, che si confonde a poco a poco con l’irreale.

Questo profluvio di pensieri ricercati, a tratti così sottili da risultare incomprensibili, può non piacere. Bisogna però chinare il capo davanti a questo stile di scrittura, raffinato, complesso e fantasioso come pochi autori possono vantare. La ricercatezza della prosa di Musil è sorprendente, ancor più se si pensa che l’autore non nasce letterato. Da non sottovalutare, inoltre, la portata di certe riflessioni, davvero originali e perfettamente attuali.

Non si tratta di un testo semplice ed io stesso ho avuto serie difficoltà ad ultimarlo, visto che il tempo tiranno non permette di soffermarsi troppo sul testo. Alcuni passaggi sono davvero ostici e sarebbe preferibile leggerli con calma. Questa è un’opera di grandissimo spessore, destinata a lettori assidui e che possono dedicare molto tempo ad un libro. Se letto in fretta, L’Uomo Senza Qualità perde buona parte del suo fascino e la sua notevole consistenza letteraria può rimanere trascurata. Un capolavoro incompiuto del Novecento.

Inviato il: 3/10/2007 22:28
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Re: Recensioni dei libri
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DUNE --- di Frank Herbert

Da tempo conosco i dettagli dell’universo fantascientifico di Frank Herbert, poiché il suo romanzo Dune è stato sfruttato per realizzare un film e numerosi videogiochi. Di questi mi ha sempre colpito l’ambientazione originale ed avulsa dai canoni del genere, oltre alla buona qualità che li accomuna, per cui a lungo mi sono chiesto come potesse essere il libro che ha stimolato altri autori a sviluppare lavori così pregevoli.

Non sono stato deluso, perché Dune è un racconto affascinante, mistico ed introspettivo, che non poteva essere svelato completamente né dal film di David Lynch, né dai videogiochi della Westwood. In un ipotetico futuro il pianeta sabbioso Arrakis, noto anche come Dune, diventa lo scenario dove si giocano le sorti dell’universo. Il motivo è la presenza della spezia melange, una droga dagli strani poteri che consente a chi ne fa uso di rompere le barriere dello spazio e del tempo. La spezia è la chiave del viaggio interstellare, perciò chi controlla Dune detiene il potere assoluto sul commercio e sulla vita dell’Impero. L’equilibrio di potere tra la Gilda dei Mercanti, le Grandi Case nobiliari e l’Imperatore Shaddam IV è molto fragile, perciò la crescente influenza di un leader come il Duca Leto Atreides deve essere fermata. In combutta con gli acerrimi rivali di Leto, la Casa degli Harkonnen, l’Imperatore concede al Duca il feudo di Arrakis e poi lo assale alle spalle per cancellare la sua discendenza. La concubina del Duca, Lady Jessica, e il giovane figlio Paul riescono a fuggire nel deserto, dove sono accolti dai nativi di Arrakis, gli indomiti Fremen. Il consumo di spezia incrementa le capacità di Paul e lo rivela all’universo come lo Kwisatz Haderach, l’essere superiore che da novanta generazioni le streghe Bene Gesserit avevano tentato di creare. Divenuto capo incontrastato dei Fremen, Paul Atreides guida il suo nuovo popolo contro gli Harkonnen e l’Imperatore, in una guerra che deciderà il destino del cosmo.

Dune sorprende per forza espressiva, per la facilità con cui il lettore viene trasportato in un universo retto da strane leggi e nonostante tutto riesce ad immedesimarsi. Herbert non ha bisogno di prolisse descrizioni o di una prosa ampollosa: il testo è prevalentemente in discorso diretto, sia i pensieri che le frasi pronunciate, perciò le 500 pagine scorrono via veloci. Ciascun riferimento è puntuale ed aggiunge una nota di colore in più a questa storia di tradimenti, faide e giochi di potere.

L’universo proposto non ha le classiche connotazioni ipertecnologiche. Al contrario, pare di assistere ad una trasposizione nel futuro di un’epoca come il tardo Seicento, dove i casati nobiliari contavano ancora ma erano già istituzioni decadenti. I combattimenti sono dominati da pugnali e veleni, tanto che ci si chiede dove siano le armi da fuoco, la cui presenza è appena percepibile sullo sfondo. Per non parlare dei poteri mentali di alcuni individui, più simili a magia che ad abilità acquisite con l’allenamento, o dell’improbabile società dei Fremen, gente permeata di religione e rigide consuetudini che possiede una tecnologia in grado di permettere la sopravvivenza sul’inospitale Arrakis.

L’accostamento di tanti elementi di diversa ispirazione dà vita ad un quadro caotico e sbilanciato, ma proprio per questo forte e convincente. Non ci sono figure di secondo piano o momenti morti in questo romanzo, anzi, questi vengono sistematicamente eliminati da cesure temporali. L’autore racconta solo ciò che merita attenzione, perciò il risultato è molto avvincente. Non si tratta però di un romanzo denso di azione: quasi tutto si svolge nella mente dei vari personaggi e deriva dalle loro percezioni, normali od extrasensoriali. Dune è un viaggio alla scoperta di un mondo fantascientifico e delle sue insolite consuetudini, narrato in modo chiaro e diretto, anche se Herbert sa essere inquietante ed ermetico, soprattutto nella parte finale. Un libro che consiglio soprattutto a chi non ama la fantascienza, poiché riesce a toccare le corde emotive in misura superiore a quanto solletica l’immaginazione.

Inviato il: 20/12/2007 19:07
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Re: Recensioni dei libri
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HEART OF DARKNESS (CUORE DI TENEBRA)--- di Joseph Conrad

Questo classico della letteratura inglese ha esercitato su di me un certo fascino fin da subito, grazie al titolo sinistro ed imperscrutabile. L’attrazione si è accentuata dopo la visione di Apocalypse Now, il film di F.F. Coppola che ha riscritto la trama di Heart of Darkness adattandola alla guerra in Vietnam. Circa un anno fa ho acquistato una copia in lingua originale e finalmente ho trovato lo spunto giusto per affrontare questo breve ma intenso racconto.

Sebbene Conrad non sia di madrelingua inglese ed abbia incontrato l’idioma di Shakespeare dopo i vent’anni, la sua prosa è tutt’altro che semplice, data la varietà lessicale e l’estrema fantasia nel comporre i periodi, spezzati da lunghissimi incisi e divagazioni che portano talvolta a perdere il filo della narrazione. Pubblicato nel 1899, Heart of Darkness è un racconto di circa 130 pagine che trasporta il lettore dalle rive del Tamigi nel cuore della giungla africana. Il tutto è riferito da un marinaio di nome Marlow, ingaggiato da una compagnia coloniale per risalire il corso del fiume Congo e ritrovare Mr. Kurtz, “il migliore agente che abbiamo, un uomo eccezionale”. Quest’individuo è gravemente malato e va riportato a casa.

La giungla, il cuore tenebroso dell’Africa, da tempo affascinava l'ignaro Marlow; durante il viaggio a bordo di un battello a vapore l’ambiente si rivela invece ostile ed opprimente. Forse è solo suggestione indotta dalle avversità, come le numerose soste forzate e l’ostilità dei selvaggi, ma soprattutto dalle oscure dicerie concernenti il misterioso Mr. Kurtz. Quest’uomo integerrimo, pieno di qualità, partito alla volta dell’Africa per portare il progresso, è divenuto una sorta di divinità per gli indigeni, che eseguono ciecamente ogni suo volere. Kurtz è quindi caduto preda della depravazione morale e dell’egoismo, fino a diventare ancor più inumano dei selvaggi che voleva civilizzare.

La cronaca è dominata dalle domande e dalle considerazioni morali di Marlow, tanto che l’azione vera e propria sembra non avere luogo, sommersa come è dal monologo del narratore. Ci sono pochi avvenimenti in proporzione allo spazio impiegato per analizzarli. In fondo, Marlow compie soltanto la sua missione e ritrova Kurtz, che non sopravvive al viaggio di ritorno e fa appena in tempo ad affidargli i suoi pochi effetti personali. Quello che conta non è il risultato, quanto il percorso, l’esperienza vissuta e la riflessione su ciò che è stato visto. A Londra, la città più grande del mondo e il punto di partenza per ogni spedizione, il colonialismo è visto come un’attività benefica non solo per la Corona, ma anche per i popoli incolti delle terre selvagge. La realtà è invece caratterizzata da egoismo, sfruttamento e barbarie, per cui anche le personalità più elevate finiscono per tramutarsi in biechi carnefici mossi solo dal proprio tornaconto.

Il romanzo ha una buona componente autobiografica, perché Conrad ha viaggiato molto per nave e ha visitato i confini dell’Impero britannico. È un lavoro estremamente moderno ed in esso si trovano tanti leit motiv della letteratura contemporanea e del giornalismo: in particolare, il criticismo verso iniziative pubblicamente riconosciute e lo sfruttamento di quello che oggi è chiamato Terzo Mondo. Lo stile di scrittura ed il linguaggio utilizzato sono altrettanto sorprendenti, poiché riescono a creare attesa, tensione, minaccia e la sensazione che il crimine e il complotto si celino dietro ogni cosa. Il racconto prosegue come se alla fine dovesse essere rivelata qualche terribile verità, tuttavia ciò non accade; la forza di Heart of Darkness risiede nel saper instillare il germe del sospetto, nel suggerire che c’è un velo di splendide apparenze che ricopre una crudele realtà. Un’opera importante da leggere assolutamente, considerata anche la brevità.

Inviato il: 27/12/2007 23:59
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Re: Recensioni dei libri
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LA GUERRA DEGLI ELFI --- di Herbie Brennan

In qualità di irriducibile fan dei librogame, non potevo lasciarmi scappare un romanzo scritto da uno degli autori che mi hanno colpito di più per stile letterario e creatività: John Herbie Brennan. La Guerra degli Elfi è comparso nelle librerie nel 2003 e nel 2006 è stato ristampato per la quarta volta, a testimonianza di un ottimo successo editoriale. Brennan ha scritto anche il seguito, Il nuovo re, che non tarderò a procurarmi.

Lo scrittore britannico è noto per il fine umorismo e per la dimestichezza con le tematiche fantasy, da lui efficacemente rielaborate in chiave comica nei game-book Grail Quest (in Italia Alla Corte di Re Artù) e Horror Classics. Giocando queste avventure da bambini è possibile che le sue notevoli abilità letterarie siano rimaste in secondo piano, soprattutto se non si sono letti i librogame di Fire*Wolf. In realtà, Brennan possiede uno stile agile e sorprendentemente puntuale, in grado di trasmettere concetti complessi e creare un mondo coerente impiegando un irrisorio numero di pagine. Per chi trova pesanti le ampollose descrizioni talora presenti nei romanzi fantasy, non c’è nulla di più appetibile de La Guerra degli Elfi e della sua prosa dialogica e trascinante.

Mi limito a trascrivere il riassunto sul retro copertina: Pyrgus Malvae è nei guai... grossi guai. Suo padre, Re del Regno degli Elfi, ce l’ha con lui perché è scappato di casa. Lord Rodilegno vuole la sua testa perché gli ha rubato una fenice. Bombix e Sulfureo, proprietari di una sinistra fabbrica di colla, vogliono sacrificarlo a Beleth, principe demone che sta mobilitando le sue armate ed è disposto a tutto pur di annientare il Regno degli Elfi. Insomma, per il giovane principe è meglio cambiare aria... Così Pyrgus parte per il Mondo Analogo (che poi sarebbe il nostro) e finisce nel giardino del vecchio Fogarty, un eccentrico scienziato. È la che Henry, adolescente in crisi, lo salva dalle fauci di un gatto, per scoprire con infinita sorpresa che quella creaturina alata non è una farfalla qualsiasi...

Sebbene tale sintesi riveli un particolare che era meglio non spiattellare in faccia al lettore, è perfetta per dare un’idea di quanto la trama si ingarbugli in sole 316 pagine. Ci sono continui colpi di scena, azioni decisive, sorprese, mentre il Regno degli Elfi si delinea sempre di più agli occhi del lettore. L’ambientazione creata da Brennan parte da un presupposto non originale, ovverosia la presenza di più mondi paralleli tra i quali ci si può spostare mediante portali, ma si tratta solo di un punto di partenza per giustificare la presenza di miti e credenze non dimostrate del nostro mondo (dall’Inferno agli UFO), oltre che per imbastire una storia fatta di complotti ed alleanze extradimensionali. Per non parlare dei personaggi, alcuni dei quali davvero riusciti, nonostante il poco spazio a disposizione, e dell’atteggiamento ironico che pervade l’intera vicenda, anche quando ci sono morti ammazzati ed evocazioni demoniache.

Non ci sono canoni da rispettare: Brennan stravolge i luoghi comuni del fantasy, trasforma la magia in qualcosa di tecnologicamente buffo e riscrive da zero le leggende più classiche, offrendo un racconto da divorare in poche ore. Anche se il finale lascia aperto un possibile seguito, che in effetti c’è stato, si vede subito che La Guerra degli Elfi non è stato scritto per dare inizio ad una saga, ma per raccontare una storia da cima a fondo. Il bello è che si tratta di una storia articolata, adatta a lettori di tutte le età ma pensata per gli adolescenti di oggi, che come il protagonista Henry hanno ben altri problemi rispetto ai coetanei per cui Brennan scriveva i game-book. Un eccellente lavoro da parte di un autore brillante, al passo coi tempi e dotato di un irresistibile vena umoristica.

Inviato il: 2/1/2008 19:09
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Re: Recensioni dei libri
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1984 --- di George Orwell

In mezzo a letture voluminose ed antiche, ho accolto un invito a dedicarmi ad un romanzo contemporaneo. Prendendo in mano 1984 sapevo già a cosa andavo incontro e cosa avrei trovato in quelle 325 pagine unte e bisunte (la copia che ho trovato è stata stampata proprio nel 1984); ciononostante la sorpresa e le emozioni provate sono state forti e vivissime.

Scritto nel 1948 da un Orwell che si stava già spegnendo (morirà entro un anno dalla pubblicazione), 1984 è un prezioso esempio di letteratura utopistica, o meglio, anti-utopistica. La storia ci precipita in un’epoca dove la società umana è stata completamente soggiogata dal totalitarismo partitico, dalla propaganda, dalle mistificazioni e dall’oppressione più invasiva. In questo tragico futuro, il protagonista Winston Smith sente che qualcosa non va, che la realtà come è mostrata dal “teleschermo” non è quella vera e che la situazione attuale non è quel tripudio di gioia e felicità che il Partito vorrebbe dare a intendere. La sua ribellione interiore comincia a palesarsi quando avvia la scrittura di un diario, atto eversivo in quanto deliberata manifestazione di volontà individualistica. Un po’ alla volta Winston cerca di evadere i controlli, prima acquistando merci dal mercato nero, poi avviando una relazione amorosa clandestina con una ragazza di nome Julia. Assieme giungono perfino a contattare un cospiratore, un membro di una Fratellanza segreta che lotta contro il regime, e gli offrono la loro collaborazione. Verranno poi arrestati e Winston subirà un terribile lavaggio del cervello, che lo porterà ad accettare con devozione tutto ciò che aveva rinnegato, prima dell’inevitabile fucilazione. Il suo odio per il Gran Fratello, il fantomatico capo del Partito, alla fine sarà trasformato in sincero amore.

Anche se oggi ha perso il fascino della funesta profezia, questo libro non manca di toccare e in certi tratti perfino di terrorizzare. Orwell possedeva una conoscenza assai chiara dei metodi e delle pratiche usate dai totalitarismi, altrimenti certe sue congetture sarebbero apparse ridicole. È stupefacente scoprire, invece, come l’autore prenda alcune idee vigenti nelle dittature europee (sopratutto quella stalinista) e costruisca con lucidità la loro evoluzione fino alle estreme conseguenze. Oggi siamo in grado di tirare un sospiro di sollievo, ma ai lettori dell’epoca certi sviluppi debbono essere apparsi più che plausibili. Alcune parti di 1984, soprattutto il saggio finale sulla “neolingua” e il famigerato “libro di Goldstein”, sono dissertazioni di notevole profondità e sagacia, straordinarie per un uomo che viveva in tempi dove l’informazione non era certo così ricca come quella odierna.

1984 è capace di incatenare il lettore, sa tenere viva l’attenzione e smuove i recessi dell’animo. È un romanzo contemporaneo nel vero senso della parola, sia perché ricco di spunti di riflessione, sia perché si legge tutto d’un fiato. Certe parti, soprattutto la prigionia e il terribile trattamento subito da Winston Smith, sono di un’efficacia visiva incredibile. Confesso che ad un certo punto mi si sono inumiditi gli occhi, leggendo questa frase sbattuta in faccia ad un Winston sfinito: “Noi sappiamo benissimo che nessuno s’impadronisce del potere con l’intenzione di abbandonarlo in seguito. Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere. Cominci a capirmi, adesso?”.

Un’opera inquietante, di pregevole scrittura e traduzione, che non mancherà di appassionare e, soprattutto, inviterà ad una profonda riflessione sul passato e sul presente.

Inviato il: 5/1/2008 9:08
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Re: Recensioni dei libri
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AUT-AUT --- di Søren Kierkegaard

Ecco un testo che meriterebbe di essere letto, o almeno illustrato sommariamente, a tutti. Invece Kierkegaard è un autore che si lascia spesso da parte nell’insegnamento scolastico, dove è tassativo soffermarsi sulle correnti principali del pensiero filosofico e sugli autori più illustri. In particolare nell’età contemporanea si indugia su Hegel, Marx, Freud e Nietzsche, le cui riflessioni hanno tanto influenzato il nostro modo di pensare, ma in ultima analisi peggiorato moltissimo la nostra visione della vita e trascurato fino all’ossessione la soggettività dell’uomo, concentrandosi sulle sue manifestazioni storiche e sociali.

L’esistenzialismo, la corrente filosofica di cui Kierkegaard è ignaro capostipite, reagisce a tutto ciò recuperando interesse per l’interiorità del singolo uomo e per i suoi problemi, appunto, esistenziali. Vorrei riassumervi in breve il pensiero del filosofo, ma non ne sono capace, quindi vi allego un estratto dall’enciclopedia Zanichelli: “Cresciuto in un clima di esasperazione religiosa, mosse dalla critica alla filosofia hegeliana: alla sua pretesa possibilità di conseguire una conoscenza sistematica della realtà contrappose le due categorie della scelta e della possibilità. Tutta la sua speculazione è centrata sulla dimensione soggettiva dell’uomo alla ricerca della verità. Tale cammino non è però lineare, bensì costituito da salti da uno stadio all’altro. A partire dallo stadio estetico, che rappresenta una possibilità di vita basata sulla gratificazione immediata (esemplificata dalla figura di Don Giovanni), si passa allo stadio etico, quello di marito e di buon padre, per saltare infine allo stadio religioso (rappresentato dalla figura di Abramo disposto al sacrificio del figlio, a un atto cioè contro la morale e soggetto soltanto alla fede). (...) L’angoscia della scelta e il paradosso della fede sono i due punti focali entro cui si dibatte la filosofia e la vita di Kierkegaard, considerato il precursore dell’esistenzialismo”. Siccome è impossibile riassumere il contenuto del libro, vi dirò che Aut-aut pone le coordinate per la prima scelta, cioè per il passaggio dallo stadio estetico a quello etico.

La forma utilizzata è la lettera, lunga 180 pagine, in cui l’autore veste i panni di un onesto padre di famiglia che si rivolge ad un amico, che si dibatte ancora nei dubbi e nelle difficoltà della vita e non sa trovare la via d’uscita. Non occorre leggere troppe pagine per capire che “l’amico”, in realtà, può essere chiunque prenda in mano il testo per leggerlo. Mediante un abilissimo uso della dialettica, Kierkegaard ci guida entro i mille dubbi dell’esistenza, mostrando una conoscenza dell’animo umano che ha dell’incredibile e, ancor più stupefacente, la capacità di esprimere con assoluta chiarezza i comportamenti ed i pensieri che stanno dietro ad essi.

Devo dire che a tratti si rischia di perdere il filo, complice il fatto che il testo non è diviso in paragrafi e la speculazione non si interrompe per tutta la sua lunghezza. Però ci sono numerosi passaggi in cui l’autore sa toccare il lettore nell’intimo; lì è impossibile distrarsi o fare a meno di lasciarsi guidare dalla saggezza del filosofo. Attenzione però: Kierkegaard non dà precetti etici, ma si limita a spiegare l’importanza e la ragionevolezza della scelta etica di fronte ad una concezione estetica della vita. Questo è, secondo me, lo snodo cruciale che occorre prendere in considerazione. Perché oggi si parla di assenza di valori condivisi e di relativismo, quando la stragrande maggioranza dell’umanità non ha nemmeno scelto la vita etica? Come si può pretendere di fornire modelli di vita e dare precetti, se ciò che regna è la ricerca del piacere immediato?

Un testo bellissimo, utile come non mai in tempi come questi. In un’epoca in cui non si riesce più a spiegare che non si può vagare tutta la vita nell’indecisione, ma che bisogna porsi il problema della scelta, un aut-aut. E che l’unico modo per uscirne vincenti è scegliere se stessi e la propria dimensione etica.

Inviato il: 5/1/2008 9:10
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