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Re: Recensioni dei libri
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LA BIBBIA --- di AA.VV.

Come invogliare qualcuno a leggere la Bibbia, o meglio, l'Antico Testamento?
E' un bel tomo di 1768 pagine, variabili secondo l'impaginatura, che mescola gli stili letterari più disparati: storiografia, narrativa, novellistica, poesia sacra e profana, letteratura profetica, salmistica, dissertazione scientifica e molti altri. La sapienza antica trova tra queste pagine completa testimonianza, attraverso resoconti storici (o presunti tali) ed episodi simbolici. E' di certo un libro che può appassionare, ma occorre accostarsi con forti istanze sia spirituali sia conoscitive. Non intendo certo passare in rassegna tutti i 46 libri: mi limito a darvi qualche consiglio.

1)Se, come immagino, partirete dall'inizio, troverete la Genesi molto leggera e semplice. Ma la mazzata è in agguato: le pagine che ho trovato più pesanti in assoluto stanno in fondo al libro dell'Esodo. Almeno una cinquantina di facciate di minuziose descrizioni che non sono, sinceramente, di alcun interesse per un lettore (è riportato come costruire la tenda per l'Arca dell'Alleanza e le mille suppellettili sacre); anche il successivo Levitico, pur contenendo prescrizioni sociali, è piuttosto pesante. Vi assicuro che, superate queste parti prolisse, la lettura diverrà più scorrevole.
2)A mio giudizio, i libri più interessanti della Bibbia sono quelli sapienziali, che contengono un racconto simbolico (Giobbe), massime e dissertazioni (Proverbi, Sapienza, Ecclesiaste, Ecclesiastico) e alcuni mirabili esempi di poesia (Salmi, Cantico dei Cantici). Questi libri conservano arte e messaggi ancora validi per la nostra epoca, che sono normalmente fruibili dagli uomini del XX Secolo.
3)L'Antico Testamento è ridondante, ma questo certe volte è utile perché avvenimenti letti 20 libri prima sono richiamati e il lettore non ha alcuna possibilità di scordarseli. Ad ogni modo, se vi annoiate, meglio chiudere il libro e riprendere in seguito. E' un peccato (non in senso religioso!) se non si riesce a seguire il filo logico e profetico delle Scritture.

E' stata un'esperienza utilissima, perché mi ha permesso di rimettere assieme molti tasselli. Infatti, si dice che la Bibbia è il libro dei libri, quello più letto e tradotto al mondo. Ma chi lo legge nella sua completezza? Solo pochi teologi e seminaristi. È stato bello poter completare il mosaico della vicenda biblica, che purtroppo ci è nota solo per un numero ristretto di episodi. Aiuta a superare molti pregiudizi, come quello sul Dio dell'Antico Testamento, ritenuto sinonimo di divinità distruttrice e vendicativa quando la realtà delle Sacre Scritture è ben più complessa e meno stereotipata. Vi auguro una buona lettura.

Inviato il: 5/1/2008 9:12
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Di idee morali non ce ne son più, oggi; e quel ch’è peggio, pare che non ne siano mai esistite. Sono scomparse, inghiottite sin nei loro più piccoli significati... Da L'adolescente di F.Dostoevskij
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Re: Recensioni dei libri
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CANDIDO, ZADIG, MICROMEGA, L’INGENUO --- di Voltaire

Questi sono i titoli di quattro brevi racconti filosofici, dove lo scrittore e filosofo François Marie Arouet, meglio noto come Voltaire, espone in forma accattivante, semplice e sintetica il succo del pensiero illuministico. Chi mi conosce sa che Voltaire è uno dei miei autori preferiti, ma confesso che sinora avevo letto solo il suo Candido, preferendo nutrirmi di massime ed aforismi. Niente di meglio che rileggere il suddetto pamphlet ed integrarlo con qualche altra opera.

Si tratta di 4 racconti veloci e densi di contenuti, anche se tendono a ruotare attorno alle medesime tematiche, con poche differenze sostanziali. Candido narra in 100 pagine le disavventure di un giovane, educato in modo rigoroso ed antiquato, che dopo essere stato catapultato bruscamente nel mondo reale giunge in breve alla demolizione di tutti i pregiudizi cui era stato istruito. Zadig (70 pagine) è ambientato nell’antico Oriente e racconta la vicenda di un giovane bello e sapiente che è destinato a ricevere continue punizioni per le buone opere che compie. Naturalmente l’antica Babilonia che fa da scenario è del tutto metaforica, poiché le critiche sociali e i problemi messi in risalto sono chiaramente quelli di Parigi nel XVIII secolo. Micromega è il più breve (12 pagine) ed ipotizza la venuta di un abitante di Sirio, accompagnato da un amico di Saturno, sulla terra. Costoro sono di dimensioni gigantesche (il Siriano è alto 36 chilometri) e ci mettono un bel po’ ad accorgersi della presenza dell’uomo. Naturalmente, l’incontro è occasione per stigmatizzare alcune colossali presunzioni umane, che persistono perfino dinanzi ai più evoluti extraterrestri. Infine, l’Ingenuo (60 pagine) presenta l’infelice vicenda di un nativo americano, giunto in Francia ignaro dei costumi locali (ingenuo, appunto) e destinato a scontrarsi contro di essi nel modo più doloroso. Come per Zadig, anche l’Ingenuo subisce solo danni per il bene che compie e soffre le macchinazioni dei potenti. Imprigionato, avrà il tempo per istruirsi e, grazie alla sua natura benigna e alla mente serena, riuscirà a raggiungere una sapienza superiore. Purtroppo, non troverà la felicità.

Queste poche pagine scritte con leggerezza ed eleganza fanno da supporto ad una critica lucida e mirata della società del XVIII secolo. Le illusioni, i pregiudizi, le abitudini, le mode, le ottusità trovano tutte il loro posto alla berlina. Come è pratica del pensiero illuministico, Voltaire esalta l’uso autonomo della ragione umana, davanti al quale le convenzioni sociali insensate non possono restare sacre ed inviolabili. Viene così deriso lo sterile ottimismo e il fatalismo, l’intolleranza religiosa e razziale, l’incapacità di comprendere ciò che non è familiare, i dogmi imposti per consuetudine; d’altra parte sono denunciate aspramente le disonestà e la corruzione della società moderna, schiava di un ordine gerarchico la cui giustificazione è persa nella notte dei tempi.

Io sono un grande sostenitore dell’Illuminismo, che oggi non ha perso il suo valore. Purtroppo, come tutte le correnti si è trasformato in un’ideologia al servizio di un progetto sociale, nella fattispecie è stato il motore della riscossa borghese contro l’aristocrazia e gli antichi poteri costituiti (monarchia e Chiesa). Anche oggi ci sono dei centri di potere che rimbecilliscono le masse attraverso i mass-media, per tenerle assopite e per inculcare consuetudini ingiustificate, il cui unico scopo è garantire la persistenza di certi interessi economici. Il quadro non è poi così diverso, nella sostanza, da quello criticato da Voltaire. Gli uomini sono ancora persi nel sonno della ragione. Non posso che consigliare la lettura di questi libretti a tutti, perché in qualche modo sapranno dare qualche utile avvertimento. Ricordate, però: non spegnete mai il cervello e giudicate tutto quello che leggete senza soggezione. Presumo che Voltaire abbia voluto che si facesse così.

Inviato il: 5/1/2008 9:14
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Re: Recensioni dei libri
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CIME TEMPESTOSE --- di Emily Brontë

Vi chiederete perché impiego il mio tempo a leggere romanzi di inizio XIX secolo, o meglio, perché proprio Cime tempestose. I motivi sono due: tempo fa ho visto uno sceneggiato televisivo su questo romanzo e la storia non mi era dispiaciuta (nonostante la derisione di mio cugino); inoltre, c’è una canzone di Kate Bush che s’intitola Wuthering Heights con un testo molto particolare, in netto contrasto con la serenità del cantato e della musica. Avendolo in casa, non mi costava alcuno sforzo tirarlo giù dallo scaffale.

Nemmeno leggerlo è stato faticoso, anche se si tratta di 335 pagine piuttosto fitte. La vicenda è molto semplice: c’è un podere nella brughiera inglese chiamato Wuthering Heights, dove un giorno il padrone porta a casa un trovatello, che battezza col nome di Heathcliff. Il ragazzo si trova catapultato in una situazione ambigua, dove sconta la gelosia del figlio maggiore Hindley e del servo ipocrita Joseph, mentre diventa gradualmente il prediletto del padre adottivo e di sua figlia minore, Catherine. Tra Heathcliff e Catherine nasce una complicità che si trasforma in amore, un amore tormentato e romantico, vissuto da due spiriti indomiti e passionali. Il loro idillio non può durare perché il padre muore e Hindley riduce Heathcliff ad uno schiavo. Catherine conosce la famiglia Linton, i ricchi possidenti che abitano poco distante, in una villa chiamata Thrushcross Grange. Catherine decide di sposare Edgar Linton, ma il suo amore per Heathcliff rimane ed avrebbe desiderato aiutarlo. Heathcliff ne è ferito e fugge di casa, sparendo per tre anni. Al suo ritorno, ha fatto fortuna e giunge a rilevare l’ipoteca su Wuthering Heights, che Hindley aveva acceso per pagare i suoi debiti. Infatti, Hindley aveva perso la moglie poco dopo la nascita del figlio Hareton ed era piombato in uno stato di profonda depressione, dandosi al bere. Heathcliff giunge e diventa il tiranno della casa, umiliando Hindley fino a che questi morirà tentando di assassinarlo, e prendendosi cura di Hareton, trasformandolo in un bruto ignorante. La sua terribile ira deve però colpire anche i Linton e Catherine: egli adesca e sposa la sorella di Edgar, Isabel, per poi maltrattarla fino a farla fuggire di casa. Nel frattempo, il dolore causato dalla gelosia e da un parto prematuro, uccidono Catherine. Da qui in poi Heathcliff proseguirà la sua opera di distruzione con crescente crudeltà e dedizione, rovinando le vite di Edgar, di sua figlia Cathy, di Hareton e del figlio di Isabel, Linton. Mi sono già dilungato troppo, ma sappiate che alla fine Heathcliff morirà perché Catherine porterà finalmente via la sua anima (in modo assai misterioso) ed i superstiti (Cathy e Hareton) potranno ritrovare la pace.

È una storia triste, dove i personaggi sono pieni di sentimenti eccessivi, siano essi positivi o, come accade più spesso, negativi. L’autrice compie una disamina dei peggiori sentimenti umani, elevandoli all’eccesso nei diversi personaggi ed astenendosi dal commento. Non c’è religione, non c’è morale, non c’è educazione nelle azioni dei personaggi, solo il dirompente effluvio della passione. È una caratteristica così comune che in questa vicenda non si possono individuare personaggi malvagi o buoni: tutti sono ugualmente oppressi ed oppressori appena possono farlo, forse solo ad Heathcliff è concessa una crudeltà superiore. Non è un romanzetto all’acqua di rose, quindi, come avevo pensato guardando la fiction in televisione.

Non è di certo una lettura obbligata, ma se una storia così cruda e sgradevole è pervenuta sino a noi il motivo sta tutto nelle grandi capacità della scrittrice. Lo stile di Emily Brontë è davvero scorrevole ed accattivante, poiché sa trasmettere in poche righe sentimenti complessi e sensazioni articolate. Le sue esperienze di vita si trovano condensate nel romanzo, per cui assistiamo a descrizioni fedeli e realistiche di situazioni spiacevoli, come l’ubriachezza molesta, la malattia costituzionale, l’ipocrisia religiosa radicata e molto altro, ciascuna delle quali affidata ad un diverso personaggio. Non c’è spazio per la serenità in Cime Tempestose, solo per tempesta e passione. Un romanzo chiave del Romanticismo inglese.

Inviato il: 5/1/2008 9:15
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Re: Recensioni dei libri
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CORANO (IL)--- di Maometto

Al giorno d'oggi è già difficile presentare la Bibbia come libro da leggere, figuriamoci il Corano. Un libro che oramai sta sullo stomaco a tutto il mondo occidentale, stroncato dalla critica e decontestualizzato al massimo. Dai giornali sappiamo di questo libro solo ciò che fa scalpore, soprattutto nel contesto odierno dove c'è una massa di sconsiderati che fa riferimento a quest'opera in modo aberrante, proprio perché non attuale (Maometto visse intorno al 600 d.C).
Quel poco che posso dire su questo libro, lo dirò con una simpatia di fondo verso la religione islamica e cercando di immaginare il profeta Muhammad (Maometto), perseguitato dai polidemonisti (pagani) della Mecca, non certo riferendomi al Corano secondo le brigate terroristiche di...

A differenza della Bibbia, cui il Corano fa riferimento come testo di base, troviamo condensata la predicazione di un singolo profeta. Il Corano è un testo profetico, non universale come la Bibbia, che spazia molto di più su vari argomenti e generi letterari. Il Corano è diviso in sure, capitoletti di lunghezza decrescente dall'inizio alla fine del libro, ciascuno intitolato a posteriori con parole semplici, tratte dai primi versetti (la vacca, le formiche) oppure nomi di personaggi biblici cui il Corano fa riferimento. In particolare sono ripetute fino alla nausea le storie di Ibrahim (Abramo), Nuh (Noé), Musa (Mosé), Isa ibn Maryam (Gesù figlio di Maria) che per Muhammad fanno tutti parte di un comune disegno divino, assieme ad altri inviati (rusul).

Il tema centrale del Corano è senza dubbio l'incredulità umana davanti alle profezie; tutte le storie dei rusul ne sono un chiaro esempio. L'uomo non riconosce la creazione del mondo da parte del Dio unico, ma gli associa "condivinità" (paganesimo), non ascolta i suoi inviati (non riesce a credere che semplici uomini portino la parola di Dio), continua a vivere nel peccato, accumulando ricchezze che non varranno nulla nel giorno del giudizio, invece di compiere buone azioni, che nel Corano sono presentate soprattutto come elemosina, aiuto ai bisognosi, onestà, rettitudine e difesa della propria fede e di tutti i musulmani. Questi sono i motivi per cui si sente tanto parlare di "infedeli" (o kafiruna) e "guerra santa" (jihad); Muhammad è stato oggetto di feroci rappresaglie da parte dei Meccani e non mi stupisce che la parola rivolta ai suoi seguaci sia contro chi derideva la sua profezia e lo vessava in ogni modo.

Il tono passa dall'accusa pesante verso chi rifiuta il rasul (inviato) di Dio, alle visioni apocalittiche, alle minacce di punizione e alle promesse verso i fedeli; in mezzo a questa lunghissima invettiva si trova qualche sporadico brano poetico, qualche racconto (mutuato dalla Bibbia ed arricchito, oppure racconti sulla creazione), ma sostanzialmente poco che possa attirare un lettore non arabo. Questo perché, vorrei sottolinearlo, la traduzione del Corano nella nostra lingua ne abbassa infinitamente la qualità, annichilendo la musicalità intrinseca del testo originale. Un motivo ci sarà se i musulmani di tutto il mondo si tramandano il Corano scritto in arabo!

Non ho il diritto di dare un giudizio sui contenuti del Corano: sarebbe come giudicare la religione islamica, e non mi pare di essere la persona più indicata. Posso dire che ho alzato più di un sopracciglio leggendo i precetti sulla vita coniugale e su molte altre consuetudini. E' stato anche duro digerire il giudizio di Muhammad sul cristianesimo, perché il profeta non risparmia il suo ironico giudizio verso chi "dice che Dio s'è fatto un figlio"; in sostanza, secondo l'islam è associargli una condivinità.

Ci ho pensato a lungo. L'islam è l'ultima grande religione monoteista, in senso cronologico, quindi giunge dopo le altre e le giudica. Del resto, lo stesso cristianesimo delle origini è nato in contrapposizione all'ebraismo. All'epoca di Muhammad la situazione doveva essere grave in Arabia, perché le grandi religioni non erano riuscite a conquistare i beduini, popolo incredulo, selvaggio e ben poco incline alle virtù, siano esse evangeliche o bibliche. Forse da questo nasce l'esigenza di una nuova religione, rigorosa, priva delle mille ambiguità e misteri del cristianesimo, ma che offra le stesse speranze (risurrezione, vita beata dopo la morte, in paradisi decisamente mondani).

Oggi le religioni monoteistiche sono in crisi: solo l'islam tiene ancora uniti i suoi fedeli, forse con severità, rigore e ignoranza, ma non posso negare che dal Corano traspare un accorato appello alla rettitudine e la consapevolezza della misericordia del Dio, che perdona le piccole colpe.
Che inciti alla guerra santa e alla lotta... anche nella Bibbia ci sono mille guerre e l'invito a combattere per il popolo ebraico e per la gloria del Signore. Il cristianesimo ha negato la violenza fin dai Vangeli, invitandoci all'amore vicendevole, ma i cristiani non sono mai riusciti a fare a meno di massacrarsi in mille modi

Che abbia ragione Muhammad, a dire che gli uomini sono sordi alla parola dei rusul? È così strano che una religione integralista sia l'unica ad aver conservato lo spirito di secoli fa (estremisti a parte), mentre le altre sono in crisi? Il dibattito attuale procede all'insegna dell'ignoranza e, mi ripeto, della decontestualizzazione del Corano, secondo la stessa pratica dei fanatici islamici, che non chiamerei "fondamentalisti" ma esattamente "fanatici”.

Inviato il: 5/1/2008 9:18
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Re: Recensioni dei libri
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THE DA VINCI CODE --- di Dan Brown

“Wow, blockbuster perfection! A gleefully erudite suspense novel” The New York Times
“So many twists, all satisfying, most unexpected...let’s just say that if this novel doesn’t get your pulse racing, you need to check your meds...this is good fun: Umberto Eco on steroids” S.Francisco Chronicle
“Fascinating and fun... exceedingly clever... Read the book and be enlightened”. The Washington Post

Questi i giudizi entusiastici dei giornali americani, riguardo al best-seller di Dan Brown. Dopo una lunga attesa, impegnata nella lettura di ben altri testi, ho finalmente preso in mano questo libro tanto acclamato, venerato e controverso. Dal titolo capirete che ho voluto leggerlo in inglese, per avere anche la percezione (imperfetta) delle capacità stilistiche dello scrittore.

La trama parte dal sinistro omicidio di un curatore del Louvre, Jacques Saunière. Un rude capitano della Policie Judiciaire francese sveglia in piena notte il simbolista americano Robert Langdon, conducendolo sul luogo del delitto, dove il morto ha lasciato una serie di simboli apparentemente indecifrabili. In breve, Langdon è raggiunto da un’agente del Dipartimento di Crittologia, Sophie Neveu. Costei rivela a Langdon che egli è sospettato dell’omicidio; tuttavia, il curatore pare aver avuto il tempo di disseminare il Louvre di indizi criptati ed invisibili, che i due riusciranno con la loro astuzia a decifrare. Dopo aver facilitato la fuga di Langdon, Sophie Neveu diventa la sua compagna nella caccia ad uno dei più celebrati ed oscuri misteri dell’umanità: il Santo Graal, il cui immenso potere attira molti strani figuri, appartenenti ad influenti organizzazioni religiose. In una serie continua di colpi di scena, fughe all’ultimo istante ed incredibili rivelazioni, i nostri eroi percorreranno la difficile via che conduce allo sconcertante segreto.

Il motivo del successo di The Da Vinci Code non è inafferrabile. Il libro ha uno stile tutto suo, completamente imperniato su due principi: non allentare mai la tensione narrativa (altrimenti il lettore medio si potrebbe annoiare) e condire la vicenda con misteri abbastanza semplici per essere comprensibili da chiunque. Dall’inizio alla fine, ho avuto l’impressione di trovarmi davanti al copione di un film, più che ad un libro. I dialoghi hanno un tono cinematografico, i personaggi sono proprio “da film” (per nulla approfonditi) e la suddivisione in capitoletti di 2-10 pagine sembra richiamarsi alla sceneggiatura. Ogni capitolo ha la stessa funzione: rispondere ad una delle domande sorte nelle facciate precedenti, in modo più o meno veritiero, e proporre una nuova domanda. In tutto il libro non c’è tregua, c’è sempre l’impressione che i nostri eroi stiano per essere fermati (ed è incredibile che ciò non accada) e i misteri si susseguono a ritmo incalzante. Una tendenza che avrà fatto la gioia di molte superficiali persone, che misurano il valore delle opere dalla novità; per me si è rivelato stancante e ripetitivo, da metà libro in poi.

Il fascino dei misteri e dell’ambientazione è assai discutibile. Io sono europeo, italiano e mi sono sempre interessato a storia antica, simbolismo, religioni moderne e passate; in tutto il libro ho trovato poco che già non conoscessi, con l’aggiunta che il tutto è presentato con spocchia e carenza di obbiettività. Tutti i discorsi sui quadri di Leonardo Da Vinci, sui Templari, sui Massoni, sui riti pagani, li conosco perché fanno parte del mio patrimonio culturale, che non ci è certo tenuto nascosto: basta guardare Piero Angela e i suoi speciali, oppure leggersi un testo specifico o perfino un romanzo di Eco, che possiede conoscenze precise e meno compromesse con l’esoterico.

Concludo molto rapidamente la mia recensione, perché ormai posso proseguire solo svelando la trama ed aumentando la precisione dei miei riferimenti. Ritengo che il successo sia stato cercato ed ottenuto da Brown, interpretando per bene quello che la gente voleva sentirsi dire e in che modo. Non c’era però bisogno di tirare in ballo sette religiose veramente esistenti o il Vaticano per porre degli antagonisti alla sua storia, sollevando uno sconveniente polverone. Un libro mediocre dal punto di vista artistico, sarebbe stato un’eccellente canovaccio per realizzare un film. Difatti lo hanno girato. Tuttavia, svelato il (piuttosto infantile) mistero, cosa resta da vedere ed apprezzare?

Inviato il: 5/1/2008 9:20
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Re: Recensioni dei libri
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I DEMONI --- di Fëdor Dostoevskij

Devo ammettere una mia curiosa tendenza, quella di leggere i cicli letterari all’incontrario. Era accaduto con i poemi cavallereschi e si è puntualmente ripetuto con i romanzi di Dostoevskij. Il grande scrittore russo aveva infatti concepito i suoi ultimi romanzi, quelli più pregni di significato, come un continuum, non tanto a livello narrativo, quanto contenutistico. Dopo I fratelli Karamazov ho preso in mano I demoni, uscito a puntate su un giornale tra il 1871 e il 1872.

Chi ha letto ed apprezzato Dostoevskij si è certamente accorto di quanto forte sia la sua matrice ideologica, nient’affatto velata, al contrario ribadita con assiduità nelle opere. Con I demoni, l’autore ha mosso una critica aspra ed accorata all’attivismo rivoluzionario. Nella Russia ancora dominata dall’ortodossia e dalle tradizioni si annidavano piccoli gruppi di fanatici, divenuti seguaci devoti di ideologie di matrice europea, imbevute di ateismo e nichilismo. Dostoevskij trasse ispirazione dalla vicenda del sovversivo Nečàev: costui aveva creato una rete di cellule segrete, in comunicazione tra loro, con lo scopo di creare malcontento e porre le basi per una rivolta di massa. Nel 1869 un membro decise di ritirarsi dall’organizzazione, ma fu assassinato da Nečàev, che temeva una denuncia. I demoni narra una storia molto simile, arricchendo a dismisura le figure dei protagonisti e tracciando un ricco quadro delle loro personalità. Più di metà del libro, che consta di 715 pagine, è sfruttata per approfondire i personaggi, tra i quali spiccano Pjotr Verchovjenskij, il rivoluzionario, alter ego di Nečàev; suo padre Stepan, l’intellettuale vecchio stampo, progressista eppur incapace di azione; e Nikolaj Stavrogin, uomo tenebroso ed enigmatico, al cui fascino nessuno può resistere e che alla fine soccombe alle proprie crisi di coscienza. L’autore utilizza una miriade di figure di contorno, appartenenti al popolo, all’aristocrazia cittadina oppure alla gioventù rivoluzionaria. La seconda parte del libro, quella dove l’azione prende il sopravvento sulla descrizione, è tesa all’inverosimile e si legge tutta d’un fiato.

In certi punti lo stile di Dostoevskij tocca vette altissime, in particolare quando scava nei malesseri dell’animo umano e sviscera dubbi esistenziali di colossale portata. È difficile trattare certi argomenti senza scadere nel ridicolo, eppure i personaggi di questo autore appaiono sempre estremamente veri, nella loro indomita passionalità. A questa potenza narrativa ed evocativa, si contrappone una certa rigidità ideologica. Il romanzo è stato concepito per biasimare le società segrete rivoluzionarie e per mettere in luce i pericoli che si annidano in tali organizzazioni; di conseguenza, i membri sono personaggi equivoci, di dubbie qualità morali e profondamente esecrabili nei loro intenti. Non c’è riflessione sulle motivazioni, né possibilità di riscatto; solo una ferma e decisa condanna di questo modo di agire.

L’eroe del racconto è Stavrogin, personaggio tutto sommato secondario, ma che assume un ruolo importantissimo quando rifiuta di collaborare con Verchovjenskij. Egli, incarnazione di tutte le possibili turpitudini, riconosce come assurde le velleità del rivoluzionario, negandogli un appoggio che, forse, avrebbe portato ad una diversa conclusione della vicenda. Stavrogin si lascia alla fine sopraffare dai rimorsi, tuttavia è riuscito a reprimere quei demoni che tormentavano la gioventù russa del XIX secolo, trovatasi improvvisamente protesa verso il futuro, laddove la società era ancorata saldamente al passato.

Un’ottima lettura, un po’ pesante nelle prime 400 pagine, che sa infine premiare la pazienza e si rivela non solo feconda ma anche avvincente. Al termine del romanzo sarà chiara la ragione di certe allusioni, e solo allora si comprenderà la loro perfetta necessità. Dostoevskij chiede in qualche misura un atto di fede al lettore, per poi ripagarlo cento volte. Per ora, è il mio scrittore russo preferito.

Inviato il: 5/1/2008 9:30
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Re: Recensioni dei libri
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IL DIO DELLE PICCOLE COSE --- di Arundhati Roy

Questo libro me lo hanno regalato degli amici per il 23° compleanno; confesso che non avrei avuto l’iniziativa per cercarlo da me. Sarebbe stato un peccato, perché avrei perso un testo validissimo, istruttivo e stilisticamente entusiasmante. Prima o poi dovrò decidermi a drizzare le orecchie e porre maggior attenzione alle uscite del momento, non tanto ai best-seller super pubblicizzati come il Codice da Vinci o il Circolo Dante, ma ai veri capolavori letterari, che gli scrittori contemporanei sono ancora in grado di offrire.

Il dio delle piccole cose è datato 1997 ed è frutto della “necessità naturale di raccontare” dell’indiana Arundhati Roy, laureata in architettura, sceneggiatrice e scrittrice. È un libro difficilmente classificabile: alla base ha forti istanze di denuncia sociale, il biasimo e l’amarezza per una grande nazione che continua ad essere spaccata tra modernità e tradizionalismo; d’altra parte, si serve di un linguaggio fatto di immagini, luci e colori, che catapulta il lettore nella prospettiva dei protagonisti, i due bambini Estha e Rahel. La storia è un’ordinaria tragedia familiare nell’India di fine Anni Sessanta: Ammu, figlia di un alto funzionario, lascia il marito Baba, alcolizzato e violento, per tornarsene a casa con i suoi due figli. Ma, secondo la tradizione indiana, una donna divorziata è priva di qualsiasi posizione riconosciuta. Se poi costei commette l’inaccettabile errore di innamorarsi di un intoccabile, per lei non vi sarà più comprensione, né perdono. Questi eventi principali offrono l’occasione per narrare una serie di episodi minori, di cose ordinarie, di tracciare piccoli quadretti di un paese dilaniato da un progresso prorompente e dalla persistenza di leggi non scritte, che continuano a segnare l’esistenza delle donne e dei paria.

In tutta l’opera non vi è un continuum narrativo: gli eventi sono cronologicamente mescolati, accennati in anticipo ed esplicati in ritardo, rinviando la piena comprensione dei fatti al termine del libro. È una successione di ricordi, di memorie d’infanzia, legate più a colori, luci ed odori piuttosto che a concetti razionali. È la perfetta ricostruzione del ritorno di Rahel a casa, dopo tanti anni; ogni oggetto le fa rammentare un fatto, l’aiuta a ricostruire un periodo buio della sua esistenza, anche se allora non lo percepiva come tale. L’efficacia descrittiva ed artistica di certe immagini sorprende per potenza e vitalità. Dopo un inizio un po’ faticoso, perché il lettore non capisce ancora come è strutturato il testo, le pagine iniziano a scorrere rapide, nell’esigenza di trovare la spiegazione a certe allusioni, di apprendere ancora qualche dettaglio sulla società indiana e le sue contraddizioni, o semplicemente di ammirare l’ennesimo affresco multicolore, dipinto a parole da una scrittrice di grande sensibilità ed energia espressiva.

Secondo me, un libro che mette d’accordo tutti: bellissimo ed abbastanza originale nello stile, ricco di informazioni di carattere sociologico ed in diversi momenti perfino appassionante dal punto di vista narrativo, anche se nella vicenda raccontata aleggia una persistente cappa di tristezza. Vivamente consigliato a chi vuole saperne di più sulla grande India e preferisce un romanzo al saggio storico-sociologico o all’articolo di giornale.

Inviato il: 5/1/2008 9:31
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Re: Recensioni dei libri
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DIO ESISTE? --- di Hans Küng

Questo volume datato 1978, opera dell'eminente teologo svizzero Hans Küng (consulente teologico del Concilio Vaticano II), si pone l'arduo obiettivo di rispondere alla domanda in questione. Togliamo subito ogni dubbio: non si tratta di una nuova e fantasiosa dimostrazione teologica dell'esistenza di Dio. L'obiettivo è ripercorrere tutto il cammino di questa problematica nella storia filosofica e teologica, per poter stabilire se anche gli uomini del XX secolo hanno modo di credere in Dio, e nel Dio cristiano, in maniera razionale. Il percorso svolto da Küng è ampio ed assai complesso (783 pagine) e non trascura nessun pensatore che abbia dato un qualche tipo di contributo, positivo o negativo, a questo discorso. Sfortunatamente, la tematica è talmente vasta e complessa che questo libro risulta comprensibile solo a chi abbia almeno un'infarinatura di filosofia (basta anche quella del liceo), che non si troverà spaesato dalle citazioni dei grandi filosofi ed avrà in sé le nozioni per comprendere gli autori minori, che in questo testo compaiono a bizzeffe.

Ecco in breve il percorso svolto nel libro:

A) RAGIONE O FEDE
Questa parte analizza il problema del conflitto tra fede e ragione, ossia sul fatto che l'una escluda l'altra o se è possibile trovare un punto di contatto. In questo senso vengono presentate le figure di René Descartes (Cartesio), che ha codificato il metodo matematico nella ricerca scientifica, e di Blaise Pascal, fisico e matematico geniale ma anche uomo profondamente devoto e spirituale.
B) LA NUOVA COMPRENSIONE DI DIO
Qui si parla dell'evoluzione del concetto di Dio operata da G.W.F.Hegel, che per primo parla di un Dio nella storia, ossia della storia umana come una fenomenologia dello spirito assoluto. Ad opera di questo filosofo, Dio non è più slegato dal mondo ma diventa parte attiva della storia umana, viene mondanizzato e storicizzato.
C) LA SFIDA DELL'ATEISMO
In questo capitolo si analizzano le principali critiche alla religione, quella di L.Feuerbach (Dio è proiezione dell'uomo), di K.Marx (Dio è una consolazione condizionata da interessi) e di S.Freud (Dio è un'illusione infantile). Dopo aver esaminato e presentato con gran completezza queste obiezioni, pienamente lecite, Küng fa notare come lo stesso ateismo non sia dimostrabile, configurandosi come una fede nell'inesistenza di Dio.
D) IL NICHILISMO-CONSEGUENZA DELL'ATEISMO
Ora è il momento di mostrare qual è il risultato ultimo dell'ateismo, ossia il nichilismo. Qui entra in gioco il pensiero di F.Nietzsche. In sostanza, affinché l'ateismo non sprofondi in una totale negazione della realtà e della cultura, alla religione viene posta un'alternativa: la religione del super-uomo. Tuttavia, storicamente si è visto il fallimento di questo tipo di ideologia. Cosa si può imparare da questo? La realtà è problematica e non dà risposte concrete sui problemi ultimi dell'uomo; il nichilismo è un rischio costante.
E) SÌ ALLA REALTA'- ALTERNATIVA AL NICHILISMO
Riconosciuta la problematicità della realtà, si stabilisce se sia più ragionevole assumere un atteggiamento di fiducia o di sfiducia di fondo. E qui sta il vero snodo del libro: se finora tra ateismo e fede non c'era motivo di scegliere l'una o l'altra, non c'è pareggio tra fiducia e sfiducia di fondo. La fiducia di fondo è un atteggiamento che permette di porsi davanti alla realtà problematica in maniera positiva (lo so, non convince, ma non posso riassumere il pensiero di decine di pagine in due righe).
F) SÌ A DIO- ALTERNATIVA ALL'ATEISMO
Questo ampio capitolo spazia dal concetto di trascendenza nell'uomo, alle discussioni teologiche del Vaticano I, dalle prove sull'esistenza di Dio fino a procedere alla risposta alla domanda "Dio esiste?". Vengono esaminate tutte le implicazioni dell'esistenza/non esistenza di Dio e si giunge a stabilire che la fede in Dio può essere ragionevolmente giustificata.
G) SÌ AL DIO CRISTIANO
In questo capitolo finale si analizza la concezione di Dio nelle religioni non cristiane (buddismo in particolare), la figura divina nella Bibbia e infine la riformulazione operata da Gesù Cristo (con particolare attenzione al dogma cristiano della Trinità).

Non ho la pretesa di essere stato chiaro. Consiglio a chi è interessato spiritualmente o razionalmente a questo problema di leggere questo libro. Mi ha colpito positivamente l'apertura mentale di questo teologo, che cerca in ogni modo di prendere le distanze dagli atteggiamenti dogmatici di alcuni colleghi attuali e passati, prendendo in considerazione in modo equo, lucido ed equilibrato tutte le argomentazioni e il percorso storico del problema di Dio. Se, alla fine, la sua risposta può apparire insoddisfacente (non dà alcuna prova pratica dell'esistenza di Dio), in realtà ha compiuto un grosso passo avanti, dimostrando che avere fede oggi è ancora possibile e non porta ad alcun maltrattamento della ragione o ad una scelta tra ragione e fede (da lì si era partiti).

Inviato il: 5/1/2008 9:33
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Re: Recensioni dei libri
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DRACULA --- di Bram Stoker

Durante l’ultima visita alla biblioteca del mio paese, ho esaminato scrupolosamente la piccola eppur variegata collezione di autori stranieri. È saltato subito all’occhio una costina bianca, rossa e nera con il titolo Dracula, scritto a chiare lettere. Ho subito pensato che la lettura mi mancava e che un romanzo ispiratore di tanti film non poteva essere accantonato.

La storia la conoscevo già, sebbene gli eventi, i luoghi e i personaggi siano stati opportunamente rimaneggiati nei vari adattamenti cinematografici. Quello che ignoravo totalmente, e che mi ha sorpreso non poco, è la struttura epistolare del romanzo. Dracula è infatti un collage di pagine di diario, appunti, telegrammi, articoli di giornale, redatti o ritrovati da alcuni dei protagonisti. Si apre in grande stile col diario di Jonathan Harker, un agente immobiliare, inviato in Transilvania per discutere con un nobile locale l’acquisto di una proprietà in Inghilterra. Suo malgrado, Harker scopre la sinistra identità del Conte Dracula e gli orrori del suo maniero, dal quale riesce a sfuggire per miracolo. Il racconto si sposta nel tempo e nel luogo, soffermandosi sulla triste vicenda di Lucy Westenra, amica di Mina Murray, fidanzata di Harker; sarà lei la prima vittima del Conte appena giunto nel nuovo “territorio di caccia” anglosassone. Oltre a Mina, nella tragica morte, trasformazione e distruzione di Lucy svolgeranno un ruolo fondamentale due suoi ex spasimanti, il dottor John Seward e l’americano Quincey Morris, il marito Arthur Holmwood e l’autorevole esperto in materia, il professor Abraham Van Helsing di Amsterdam. Ben presto, il gruppo si renderà conto dell’avversario soprannaturale che deve affrontare e cercherà di elaborare un piano d’azione, per cacciare e distruggere definitivamente il vampiro. I loro sforzi sono resi ancor più necessari dalla contaminazione di Mina, che è costretta da Dracula a bere il suo sangue, legandosi a lui nella vita e nella morte. Per la salvezza della donna e dell’umanità intera, i cinque uomini daranno fondo a tutte le loro risorse per togliere al vampiro ogni possibile rifugio in Inghilterra, per poi inseguirlo ed annientarlo in Romania. Un compito difficile, che richiederà grandi sacrifici da parte di tutti.

È un bel racconto, di cui si deve riconoscere l’originalità delle idee, visto che la pubblicazione risale al 1897. Bram Stoker è un autore dal retroscena quantomeno singolare, essendo laureato in matematica, poi giornalista e scrittore teatrale. Nel suo libro si notano tutti questi elementi: passione per la scienza (è una prerogativa dei romanzi di quel periodo), per il reportage giornalistico, per i dialoghi “teatrali” e carichi di pathos. Forse quello che manca a Dracula è l’equilibrio, perché in moltissimi punti è terribilmente prolisso e ridondante. Conta la bellezza di 436 pagine scritte in piccolo, ma se l’autore avesse limato alcuni resoconti avrebbe potuto essere più breve e avvincente. Scrivere un romanzo mescolando varie pagine di diario è una gran trovata, perché crea una notevole atmosfera di suspence, delegando di volta in volta il racconto di un fatto ad uno dei presenti. Ciononostante, la ricchezza di alcuni brani è eccessiva e poco realistica, perché i personaggi non possono aver avuto il tempo di buttare giù resoconti così accurati delle loro giornate.

Nel suo continuo alternarsi di avvenimenti raccapriccianti e dialoghi sostenuti, questo libro sa tenere abbastanza viva l’attenzione con colpi di scena ben calibrati. Come osserva Francesco Saba Sardi nella sua tremenda introduzione, Bram Stoker è un autore accuratamente rimosso, di cui non parlano le antologie letterarie, che non disdegnano altri scrittori macabri. Il suo successo letterario, nonché la fortuna cinematografica del suo Conte vampiro, probabilmente non bastano a compensare i difetti stilistici del romanzo, però invogliano prepotentemente alla lettura. Il mio consiglio è di leggerlo, perché consente un proficuo tuffo nel periodo fin de siecle e qualche ora di disimpegnato ed inquietante intrattenimento.

Inviato il: 5/1/2008 9:35
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Re: Recensioni dei libri
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DUBROVSKIJ --- di Aleksàndr Sergéevic Puškin

Inutile fare il nome di chi mi ha invogliato a questa lettura, elargendo lodi a profusione. La biblioteca in cui mi reco è molto piccola, ma ha uno scaffale di letteratura russa abbastanza fornito, almeno per quanto riguarda gli autori maggiori. È stato facile trovare Puškin; ancor più facile scegliere Dubrovskij come primo approccio allo scrittore, vista la brevità del racconto (142 pagine per nulla dense).

La storia narrata è semplice, come si può dedurre dalla lunghezza, non per questo però priva di attrattive. Il racconto si apre con un’amicizia che si rompe all’improvviso, trasformando il piccolo possidente Andrej Dubrovskij (padre del protagonista) e il ricco e feroce Kirila Petrovic Trojekurov in nemici giurati. Ben presto il primo si trova a mal partito, perché Trojekurov scatena contro di lui i suoi legulei, i quali riescono ad espropriare l’avversario delle sue terre. Il vecchio Dubrovskij si ammala e muore; il figlio Vladimir fa appena in tempo a rientrare per vedere il padre morire e la casa occupata dagli intendenti di Trojekurov. Il giovane Dubrovskij non può sopportare oltre il sopruso: appicca il fuoco alla sua ex proprietà e si dà al brigantaggio assieme alla fidata servitù. Dubrovskij è una specie di brigante gentiluomo, che ruba solo ai ricchi; in più, possiede un’inventiva notevole, escogitando un abile sotterfugio per penetrare in casa di Trojekurov. I suoi propositi di vendetta sono improvvisamente arrestati dall’amore per Marja (o Mascia), figlia di Trojekurov, che ricambia le sue attenzioni. Purtroppo, il bandito è smascherato e deve fuggire, non prima però di aver giurato a Marja eterna protezione e fedeltà. In questo contesto si inserisce l’ennesima avversità; Kirila Petrovic promette in sposa la figlia al vecchio principe Verejskij. Dubrovskij interviene per salvare la ragazza dal matrimonio indesiderato e la vicenda si conclude nel modo più inatteso.

Un tipico romanzo del primo Ottocento, epoca di Romanticismo. Tutti i canoni del periodo sono rispettati: i personaggi hanno sentimenti forti che li dominano (positivi e negativi), sono impulsivi e sono destinati comunque alla sofferenza. Uno dei vantaggi di Dubrovskij è senza dubbio la brevità, o meglio, la capacità di condensare questi concetti in poche righe, presentando una vicenda abbastanza classica ma non priva di trovate originali. Il tratto caratteristico è l’ambientazione, la Russia di fine XVIII secolo, dove un feudalesimo duro a morire si intrecciava con le influenze culturali provenienti dall’Europa. Una compresenza di concezioni antitetiche, capace di creare scissioni e contraddizioni in una società in lentissimo cambiamento. Contraddizioni che deve aver provato lo stesso Puškin: discendente di un’antichissima stirpe nobiliare eppur simpatizzante dei movimenti progressisti; vigilato dalla polizia zarista per i suoi ideali libertari eppure così orgoglioso da morire in duello, a 37 anni, per difendere il proprio onore.

Un libro che si può consigliare veramente a tutti, perché tutti sono in grado di leggerlo rapidamente ed apprezzarlo. Alieno a qualsiasi complessità stilistica, Dubrovskij è scritto in maniera essenziale ma efficace ed è capace di stupire per alcuni espedienti letterari, in grado di creare il colpo di scena dal nulla.

Inviato il: 5/1/2008 9:37
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