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Il concilio segreto - un background scritto per un gioco di ruolo online (2/3)
Supremo Maestro
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Seconda parte: I Tre Fratelli

Mocun era solo, nessuno l'avrebbe aiutato, nessuno gli avrebbe insegnato le arti magiche e tanto meno quelle necromantiche.
La pesante sacca che portava era l'unica cosa che rimaneva di suo padre: non credeva che avrebbe mai potuto fare qualcosa da solo senza un adeguato addestramento. Si trovava in una foresta, in un luogo lontano da tutto e da tutti. Forse non avrebbe passato la sera, magari sbranato da un lupo o da un orso.
Fato volle invece che vagando trovasse una piccolissima radura dove c'era una piccola casetta costruita in legno. Mocun si avvicinò e sentì che non c'era nessuno; si accorse poi che la porta era scardinata e i vetri della finestra rotti. Cattivo segno. Entrò nella casa e vide che al centro dell'unica stanza c'era un tavolo con due sedie, sulla destra c'erano due lettini messi attaccati e in fondo un camino: sembrava una normale casa da taglialegna, tranne per il fatto che sotto la finestra sulla destra dell'entrata c'erano due cadaveri. Dapprima Mocun volle scappare, poi però la ragione prevalse pensando che se qualche orco aveva ucciso i due malcapitati forse era ancora in giro e di sicuro non sarebbe ritornato dove aveva già saccheggiato. Non era una certezza matematica, ma di sicuro era meglio che morire assiderati al gelo.
Spostò i cadaveri dietro un mobile, per nasconderli alla vista. Li coprì con un panno e si mise sul lettino. Magari li avrebbe portati via più avanti, ora voleva dormire e non pensare più a niente.

E passò la notte. E passò il giorno. Tra pianti e rimorsi mangiò qualcosa dalla dispensa della casa, all’interno della quale c'era cibo per circa un mese. Poi capì che non poteva stare tutta la vita a piangere pensando ai genitori. Suo padre gli aveva dato un compito, aveva promesso che avrebbe seguito le orme della stirpe iniziata da Sir Gald, doveva quantomeno provarci. E ci provò.
Il giorno dopo si mise al tavolo, aprì la sacca e ne tirò fuori un libro di cui non si leggeva il titolo per la tanta polvere. Con una mano pulì la facciata e vide che c'era una scritta in runico. Mocun sapeva il runico, suo padre gliel'aveva insegnato e lui non aveva mai capito il perché: ora lo capì, dato che entrambi i libri erano scritti in runico antico.
Il titolo diceva, tradotto dal runico: “Della Suprema Arte Necromantica, Tomo II”, e poi in basso c'era il nome dell'autore: “Horance e i suoi discepoli”; evidente che il libro era frutto degli insegnamenti di Horance e dell'esperienza dei suoi discepoli: questa era la seconda parte.
Allora, preso il primo Tomo, Mocun iniziò a leggere: “Confratelli, amici necromanti, questo libro vi inizierà alla Suprema Arte, ma non vi dirà tutto ciò che un buon necromante deve sapere e saper fare. Solo con l'esperienza e la continua ricerca nei luoghi della morte vi farà scovare la Suprema Saggezza, e il controllo del regno dei Non-Morti non avrà più alcun segreto....”. Un nuovo mondo sembrava aprirsi agli occhi di Mocun, capì a cosa servissero quegli strani amuleti colorati, il perché servivano reagenti così speciali e tante altre cose.
Egli iniziò fin da subito a sviluppare nuove abilità, riuscendo anche a capire le voci degli spiriti e parlando con loro. Passava lunghe ore dedite alla concentrazione e alla meditazione; usò quindi i corpi dei due sventurati padroni di casa per provare a fare le prime piccole evocazioni e usarle per cacciare gli animali.

Erano ormai passati sette lunghi anni e Mocun era cresciuto; fisicamente era un uomo formato e un Necromante a tutti gli effetti. Però lui sapeva che se anche aveva studiato così tanto non era ancora completo, doveva fare ciò che lesse il primo giorno nel primo Tomo, cioè andare nei luoghi dei Non-Morti, nei Cimiteri, nelle città fantasma e cercare altri oggetti da poter usare per prendere ancora maggior confidenza con il mondo ultraterreno.
Era quindi giunto il momento di partire, di lasciare il luogo in cui aveva appreso l'arte suprema e dirigersi chissà dove.

Viaggiò molto. Forse anche più del previsto, visto che passò in molte città di Faerun senza trovare quel che cercava. Passò per Neverwinter e un senso di nausea gli pervase il corpo...qui aveva perso la sua famiglia e la sua bella casa. Passò per Luskan, Baldur's Gate e nessuno sapeva chi era, nessuno lo associò a suo padre.
Un giorno decise di andare a Rethild, la grande palude all'estremo sud di Faerun. Si diceva che fosse una zona pericolosa e piena di strane creature, un ottimo luogo di studio per Mocun che decise di prepararsi per affrontare il lungo viaggio.

Arrivato sul luogo maledetto Mocun sentì un brivido gelido corrergli lungo la spina dorsale e la cosa lo sorprese non poco: perché non era tranquillo? perché si sentiva così strano in un mondo a lui così familiare? Qualcosa nell'aria era diversa dal solito.
All'improvviso una strana nebbia avvolse completamente Mocun e a quel punto i dubbi divennero certezze: si sentiva oppresso da qualcuno o qualcosa, non riusciva a muoversi, o meglio si muoveva ma non nel modo in cui voleva lui. A quel punto decise che era meglio assecondare questa oscura forza e lasciarsi guidare. Camminò zigzagando per qualche centinaio di metri senza riuscire a vedere ad un palmo dal proprio naso, quando per fortuna la forza che lo tratteneva svanì di colpo lasciandolo libero.
Non appena la nebbia si dissolse Mocun poté finalmente vedere dove era stato portato e con estrema sorpresa si rese conto di non trovarsi più nella palude, ma in una enorme stanza con delle colonne ai lati. Dietro queste colonne le pareti erano piene di affreschi pittorici raffiguranti scene che lo fecero rabbrividire: i quadri infatti sembravano ripercorrere tutti i punti salienti della vita di Mocun: vide un bambino che si allenava con il padre, vide il giorno del suo decimo compleanno, vide il giorno in cui fece il primo incantesimo e vide...vide la madre decapitata, vide il padre che lo spingeva nel portale, vide il padre morire avvelenato....le lacrime tornarono a rigare il volto di Mocun, come da tempo non accadeva.

Una voce ruppe il triste silenzio.
“Cosa fai, piangi?”, disse la roboante voce. Mocun si guardava intorno, ma non vide nessuno. La voce, calda e soffocante, sembrava venire dalla sua mente.
“Chi sei?”, disse il giovane.
“Cosa fai, piangi?” ripetè la voce.
“Sì, piango. Sei tu che hai orchestrato tutto questo?”.
“No, Mocun. Sei tu che l'hai creato. Questa è la tua vita, e sarà anche la tua morte”.
“Esci fuori, fatti vedere e combatti da uomo”.
“Ah, come sei ingenuo, prova a guardare oltre. Guarda i quadri dalla parte opposta”. Mocun aveva effettivamente guardato solo i quadri alla sua sinistra, e non aveva visto gli altri, quindi si girò e guardò.
La sua vita disegnata continuò, e vide i momenti alla casa di montagna e i viaggi che seguirono, vide poi la palude, vide lui stesso in questa stanza fuori dal tempo mentre guardava i quadri. A quel punto continuò con un po' di timore. Il successivo affresco raffigurava un altare di ossa sul quale c'era una bacinella piena di sangue.
Mocun si guardò intorno ma non vide nessun altare. Il penultimo quadro raffigurava tre piccoli bambini di quattro o cinque anni che si trovavano seduti sotto l'altare con una mano, la destra, distesa come se stessero stringendo un patto: la cosa che sconvolse Mocun era il fatto che la mano dei tre bambini era avvolta dal sangue che sgorgava dalla ferita poco sopra il polso, una ferita provocata da un amuleto che portavano tutti e tre allo stesi punto. Il sangue uscito dai loro polsi si era accumulato tra di loro, invadendo anche i loro corpi. Era questa una scena raccapricciante. Ma quella successiva fece mancare un colpo al cuore di Mocun: c'era una tomba, una lapide nella foresta con scritto il proprio nome. “Vuoi impressionarmi?”, strillò Mocun alla voce di prima. Nessuna risposta. “Non ci riuscirai, chiunque tu sia”, disse con fermezza.
Non passò molto tempo da quest’ultima frase quando sotto gli stivali di Mocun scivolò un fiume di liquido rosso. Incuriosito egli si inchinò e si rese conto con orrore che si trattava di sangue, sangue umano.

“Sei tu?”, una voce di bambino si levò dall'oscurità in cui era piombata la stanza. Mocun si mosse e cercò di capire da dove veniva la voce, ma l'oscurità lo frenava e si fermò. Attese qualche minuto. Poi di nuovo la voce. “Sei tu?”. “Tu chi, chi cerchi?”.
All'improvviso una luce dal profondo dell'oscurità brillò. Una luce soffusa, di color porpora. Era lieve, ma bastò a Mocun per orientarsi nuovamente ed avvicinarvisi. Mentre ci si dirigeva, un flash gli fece ricordare il penultimo quadro e quando ritornò in sé non si meravigliò più di tanto, dato che la scena l'aveva già vista: i tre bambini erano lì presenti, sotto l'altare. Il bimbo al centro sembrava essere un po' più grande degli altri due e stava con la testa china. Poi la alzò e guardò Mocun.
“Sei tu nostro padre?”. “No, non sono io”, rispose Mocun, con voce esasperata. Si chiedeva nel frattempo da dove veniva tutto quel sangue, non poteva essere di loro tre, sarebbero già morti dissanguati.
“Chi siete, cosa fate qui?”. “Si sei tu nostro padre”, dissero all'unisono. “NO, non lo sono!”. I tre fratelli, con al centro il più grande, si alzarono contemporaneamente e si presero per mano. Il sangue sembrava colare di meno dai loro polsi.
Camminarono lentamente, coperti per metà di sangue, verso Mocun, ora in preda al panico. “Si, padre mio, siamo finalmente di nuovo insieme”. Il giovane necromante indietreggiava, guardando fissi i tre bambini. Il più grande disse: “Io sono Lathor, ti ricordi?”. Poi fu la volta del bambino alla sua destra: “Padre, sono io, Ernick”. E infine: “Padre, sono Alex, e siamo qui per te”.
Mocun era terrorizzato dai ricordi dell'ultimo quadro. Pensava che aveva preteso troppo, non doveva arrischiarsi in luoghi sconosciuti, forse avrebbe dovuto lasciar perdere subito, doveva fare il mago, doveva fare il mago, doveva fare il mago................
SBONK.

Un suono sordo: la testa di Mocun aveva sbattuto sulla alla colonna, dopo essere scivolato sul sangue mentre indietreggiava. Tenebre. Il mondo si chiuse agli occhi di Mocun, la sua mente non sognava. Il suo corpo era immobile.

Inviato il: 25/10/2006 10:55
_________________
Possano la dea Ishir e il dio Kai guidarmi in questo nuovo mondo....
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Re: Il concilio segreto - un background scritto per un gioco di ruolo online (2/3)
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15/9/2006 21:25
Da Povoletto (UD)
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EXP : 95
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Questa parte è più inquietante della prima, ma anche un po' pretenziosa. Quello che accade a Mocum nell palude Rethild ricorda appena appena la Storia Infinita, anche se poi il risultato è ben diverso.

Bisogna leggere la terza parte, per capire bene.

Inviato il: 25/10/2006 16:32
_________________
Di idee morali non ce ne son più, oggi; e quel ch’è peggio, pare che non ne siano mai esistite. Sono scomparse, inghiottite sin nei loro più piccoli significati... Da L'adolescente di F.Dostoevskij
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