Gli Adoratori del Male — recensione di EGO
EGO · 12 maggio 2008 · 7/10
L’indizio della tavoletta di Babele era quanto mai sibillino, e il Prete Gianni sembra proprio aver smarrito la bussola nell’India misteriosa. Nemmeno l’incontro con Zarathustra gli ha rivelato dove si trovi Shangri-La, e la ricerca è giunta ormai a un punto morto. Ma se l’eroe non va alla ventura, è l’avventura a cercare lui: di punto in bianco, il cavaliere di Cristo si ritrova suo malgrado ad essere una pedina fondamentale in un conflitto cosmico-religioso di incredibili proporzioni quando la setta dei Thug lo scopre depositario del Katar Sacro, un’arma leggendaria in grado di scatenare forze occulte. Ne Gli Adoratori del Male l’arricchimento spirituale del protagonista continua con l’apprendimento della religione e della filosofia dell’India, così diverse da quelle cristiane eppure così importanti, se non altro per stare lontani dai guai. Ciò che accade nella prima metà del libro è infatti un autentico delirio: qualsiasi strada si segua, succederanno cose che inducono a chiedersi a quale serie di librogame stiamo giocando. Sembra esserci la mano di un autore nuovo in questa baraonda di stranezze, di discorsi impossibili ed esilaranti nella loro logica perversa ma ineccepibile, di rocambolesche fughe e combattimenti con quelli che prima sono amici e un attimo dopo nemici. La scena dell’ubriacatura nella taverna e di quel che ne consegue (?) è il momento clou di questo bailamme; in seguito la situazione in parte si normalizza, quando ci tocca rivestire ancora i panni dell’eroe paladino per salvare il mondo dai riti dei Thug. Il problema, se così vogliamo vederlo, è che tutto ciò è completamente out of character . Quest’avventura poteva viverla un qualsiasi Lupo Solitario, o uno dei tanti avventurieri senza nome che affollano i volumi di Dimensione Avventura , ma non si addice di certo al Prete Gianni. Shangri-La sembra quasi dimenticata, vagamente citata di tanto in tanto per ricordare che tutto quello che dobbiamo affrontare ha un obiettivo ulteriore… o forse, semplicemente, per mantenere un certo legame col piano generale dell’opera, il che non è male visto che anche la coerenza storica è andata a farsi benedire pur di sfruttare i Thug, figure tra le più classiche e note dei romanzi d’avventura ambientati in India. Oltretutto, il tono più che scanzonato di molte situazioni fa a pugni con l’atmosfera oscura e opprimente che vorrebbe permeare il racconto, e sorge il dubbio che gli autori si siano forse lasciati andare perché sapevano già che la serie non sarebbe continuata. Sul profilo del gioco la situazione non è meno caotica: i paragrafi sono diminuiti ancora, e per risparmiare spazio si sono utilizzati molti eventi comuni per raggruppare diverse strade, col risultato di aprire delle grosse falle nella sequenzialità della prima parte della storia (salvo poi dedicare, nel finale, paragrafi diversi ad eventi sostanzialmente identici, magari solo per far cifra tonda col numero delle sezioni); un errore di traduzione al 18 aumenta la confusione, facendoci credere di avere ancora il Katar quando non ce l’abbiamo più… Altro segno che tutti gli equilibri sono scoppiati è il ricorso esasperato al tiro di dadi, costantemente sbilanciato in nostro sfavore e dagli esiti quasi sempre catastrofici in caso di fallimento, cosa mai vista prima e molto antipatica, visto già il casino che sta avendo luogo tra le pagine del racconto. Se ci eravamo lamentati in precedenza che la difficoltà era troppo bassa, Gli Adoratori del Male ci ricaccia le lamentele in gola alzando il livello della sfida al punto di renderla quasi proibitiva. Il numero di scelte disponibili si fa di colpo imbarazzante, al punto da rendere la struttura del libro un vero labirinto; questo sarebbe di per sé una buona cosa, ma purtroppo si associa ad un’organizzazione in stile true path che pone in fortissimo svantaggio chi non è riuscito a trovare certi oggetti di grande utilità, alcuni dei quali, di nuovo, ottenibili solo con un tiro fortunato. Aggiungiamoci ancora che a…