Il Castello di Tenebra — recensione di Rygar
Rygar · 7 gennaio 2010 · 7/10
La celeberrima saga di Brennan si apre con un volume ispirato alle più tradizionali trame dei film di azione (non necessariamente limitati a quelli di cappa & spada). Abbiamo quindi Pip ( Hero ) che deve salvare Ginevra ( Damsel in Distress ) dalle grinfie del mago Ansalom ( Villain ) e delle sue stupide guardie ( Henchmen ), grazie all'aiuto di Excalibur Junior ( Sidekick ), soffermandosi su intermezzi ridanciani come il Demone Poetico ( Comic Relief ). Gli elementi sono questi, ai quali ovviamente aggiungiamo i cliché ben noti della foresta selvaggia, del castello costruito sul bordo della scogliera e del sotterraneo pieno di mostri feroci. Ma John Brennan, conoscendo bene il proprio mestiere di scrittore, non si ferma a questo (passabile) canovaccio stereotipato: va ben oltre. Questo libro, infatti, contiene già in nuce quelli che saranno il leitmotiv e le running gag dei sette libri successivi. Tanto per cominciare, l'autore stesso è uno dei personaggi: nei primi paragrafi parla al lettore per bocca di Merlino spiegando le regole (invece di scriverle a inizio volume), per tutto il resto del libro è la voce narrante che non si limita a enunciare i fatti ma li commenta anche, come un vecchio zio che legge da sopra la spalla del nipotino, pronto a sgridarlo o a consigliarlo. Inizia poi una sistematica opera di dissacrazione ai danni dei vari Cavalieri della Tavola rotonda, degna del miglior Monty Python. Re Artù si fa soffiare Ginevrà sotto il naso dal mago Ansalom, i suoi cavalieri accampano le scuse più cretine che si possano sentire per non farsi affibbiare la missione (sembrano le giustificazioni di uno scolaro delle medie) e Re Pellinore (unico ad accollarsi l'ingrato compito) si perde nei boschi... Lo stesso Ansalom, mago potente e spietato, commette crimini così orrendi che ci si spaventa solo a nominarli: manda pestilenze, prosciuga fossati e ruba maiali! Non a caso, qualora si scoprisse verso la fine del libro la sua stanza del tesoro, insieme a denaro e preziosi si troverebbero anche molti suini (l'autore precisa che questa è l'unica parte del bottino che va assolutamente restituita ai legittimi proprietari). E' pur vero che, nella prima opera del ciclo, l'autore non spinge a fondo sul pedale della parodia e buona parte del libro ha un tono abbastanza serio, senza necessariamente scadere nel pedante. Solo a partire dal secondo libro, Brennan darà libero sfogo alla propria vena satirica. Ma di questo parlerò a tempo debito (ovvero nelle recensioni seguenti). La difficoltà della missione è calibrata piuttosto male, perché Pip ha un equipaggiamento di eccezionale qualità e quantità e, nel corso dell'avventura, trova una serie di oggetti che lo rendono potenzialmente invulnerabile (uno su tutti è la famigerata Gemma della Fortuna). Se aggiungiamo anche una struttura abbastanza lineare del castello stesso (la strada per arrivare dal mago è una sola) e un numero di paragrafi inferiore a duecento, si vede subito che il libro è pensato come introduzione soft al mondo di Re Artù e il dodicenne medio lo finisce senza problemi nel giro di un pomeriggio. Questo spiega il voto non eccelso che ho dato. Mi piace pensare, però, che l'eccessiva semplicità di questo libro non sia solo un caso dovuto a inesperienza o assenza di cura. Sarebbe davvero bello che Brennan avesse appositamente aperto la saga con un titolo adatto a chiunque, per poi infierire impietosamente sul povero lettore ignaro nei sette libri successivi: questo sì che sarebbe un ottimo esempio di British Humour . Brennan ha sempre amato gli scherzi e, tra tutti, questo potrebbe essere il più colossale!