Il Ritorno — recensione di EGO

EGO · 3 giugno 2007 · 7/10

Il ritorno è uno dei librogame più faticosi che siano mai stati scritti. Faticoso, perché per portarlo a termine si arriva a provare su se stessi una sensazione, fisica e mentale, molto simile a quella in cui si deve trovare il suo protagonista. Simile a un Fantozzi dell’antica Grecia, Alteo si sostituisce a Ulisse in un’Odissea che comincia male e che peggiora ad ogni tappa; sembra quasi di assistere a una lunghissima candid camera, solo che in questo caso il protagonista sei tu . Quello che non si può minimamente capire senza leggere il libro è la pura cattiveria con cui gli autori l’hanno messo insieme. Se pensavate che Steve Jackson fosse perfido, aspettate di provare Il ritorno . Su 600 paragrafi ce ne sono 43 di morte; se il pensiero che vi sta affiorando alla mente è “sticazzi”, vi faccio presente che ne La Corona dei Re ce ne sono 46 su 800 paragrafi, e guarda caso proprio 43 entro i primi 600. E come se non bastasse, possiamo tranquillamente dire che ce ne sono di più, perché per finire il libro bisogna necessariamente invocare Zeus alla fine; ne consegue che tutti i paragrafi in cui ci si può salvare solo invocando Zeus, di fatto, costituiscono di per sé una sconfitta, anche se permettono di andare avanti. Ma non è solo la quantità delle morti istantanee a sorprendere, è anche la spietata efferatezza delle descrizioni. Alteo viene fatto fuori nei modi più crudeli e raccapriccianti immaginabili: provate a farlo cadere preda delle Sirene o degli Uomini Uccello e ve ne renderete conto. Alcuni di questi paragrafi sono realmente disturbanti, tanto da chiedersi quale sia il target di età di questo libro. Onestamente è difficile divertirsi in un’avventura in cui non c’è praticamente nessun tipo di ricompensa, nemmeno nel finale. Il libro vuole farci sentire un piccolo uomo nelle mani di un destino avverso, costantemente ostacolato dagli dei capricciosi e da esseri umani privi di qualsiasi scrupolo e pietà, e ci riesce alla perfezione! E’ esattamente questo che affatica il giocatore: superi uno scoglio con grande difficoltà, facendo uno slalom gigante tra la mezza dozzina di possibilità di morte gratuita che ti aspettano, solo per trovarti in acque ancora peggiori, in una spirale che sembra infinita e che si spezza solo a due paragrafi dalla fine, senza mai darti nemmeno il tempo o il motivo di gioire per le piccole vittorie. La difficoltà è mostruosa: tutta l’avventura è costellata di piccoli “mini-giochi” in cui i dadi la fanno da padroni, e che sarebbero interessanti se i numeri in gioco non fossero così sfavorevoli. Basta pensare alla purificazione presso il tempio di Ares, agli scogli delle Sirene o alla regata; e come se non bastasse, la maggior parte di questi eventi sono obbligatori. Visto che i combattimenti sono rari e relativamente facili, il sistema delle preveggenze diventa il protagonista principale dell’impianto di gioco, e viene spinto a livelli parossistici, tant’è vero che se non si fa una preveggenza al paragrafo 1 si muore subito! Praticamente in ogni situazione una preveggenza può ben fare la differenza tra la vita e la morte, e si può quindi immaginare come il libro tenda a caricare continuamente il lettore, giustamente ansioso di non perdersi una preveggenza salvavita, di punti di INFAMIA (davvero strambo, a riguardo, il paragrafo che dice: “Se hai un giusto numero di punti di INFAMIA vai al xxx; se ne possiedi, invece, un numero esorbitante vai al xx.” Davvero molto chiaro!). Nel finale poi la cosa diventa quasi ridicola, con una preveggenza dietro l’altra per evitare di perdere proprio quando si è a un passo dalla fine. E non ci sono mica solo le preveggenze: anche in altri punti della storia ci sono delle sonore fregature, come quando si vince un combattimento, ci si copre di gloria e poi si va incontro a una brutta fine; oppure quando si pensa di aver finalmente trovato un passaggio verso la meta, e invece si viene riportati dritti dritti nel luogo da cui si è appena fuggiti! Non è affatto diffici…

Il Ritorno