Kandjar il Mago — recensione di EGO
EGO · 17 giugno 2007 · 5/10
Se i quattro libri della serie non fossero contemporanei, verrebbe da pensare che per Kandjar il Mago Gildas Sagot abbia imparato qualcosa dal volume di Bruno Giraudon. In effetti il libro del mago è più interessante dei primi due dello stesso autore: il personaggio ha un carattere più variopinto e personalizzabile, la sua ricerca è più significativa di quella dell’elementalista e del menestrello, e gli individui con cui si trova ad avere a che fare sono un po’ più che semplici ombre di contorno. Le descrizioni sono un po’ meno prolisse, seppur sempre pompose, ma i dialoghi sono efficaci e non c’è quel profluvio di imprecazioni folcloristiche che usciva dalla bocca di Keldrilh e Caithness. Per quanto riguarda il gioco, Kandjar è un discreto compromesso. I suoi incantesimi sono un’offesa per un mago professionista, visto che manca un sortilegio di attacco vero e proprio, che tolga quantità accettabili di energia vitale; eppure Kandjar può, se ben usato, sconfiggere i nemici, in combattimenti di complessità accettabile. Può perfino finire l’avventura col finale positivo, ma la sua unica possibilità di riuscirci è sopravvivere al primo colpo per lanciare l’incantesimo del Dito della Morte; se tutti i lanci riescono, Kandjar può vincere. Ma ci vuole una fortuna notevole… Anche la ricerca del Potere ha una varietà e un realismo che si avvicinano abbastanza a quanto visto in Pereim il Cavaliere , e quindi in definitiva il libro non è proprio da buttar via, per quanto non sia esattamente divertente. Degni di nota sono invece i disegni, in questo volume sicuramente i migliori della serie.