La Corona dei Re — recensione di Gurgaz
Gurgaz · 24 settembre 2007 · 10/10
Titolo originale : The Crown of Kings Autore : Steve Jackson Anno : 1985 Illustrazioni : John Blanche Traduzione italiana : Angela Izzo (1989) La Corona dei Re conclude la saga di Sortilegio nel migliore dei modi, attestandosi come uno straordinario capolavoro per quanto riguarda il genere librogame. Steve Jackson ci ha presentato un viaggio lungo tre libri ed ora offre un degno finale, caratterizzato da una tensione spasmodica e da una difficoltà elevatissima. Non sono ammessi errori: più si giunge vicini all’Arcimago, più la probabilità di restare ammazzati sale vertiginosamente. Per sopravvivere è importante scegliere il percorso giusto fin dalle prime battute. L’ultima parte di viaggio si snoda fra le alture dello Xamen, abitate da Uomini-Uccello e Donne-Satiro; solo uno di questi popoli si mostra amichevole ed è in grado di fornire gli oggetti e le informazioni che permettono di accedere e proseguire a Mampang. Il guerriero, in particolare, è automaticamente tolto di mezzo se non fa le cose per bene, ma in fondo è meglio morire subito che tra 300 paragrafi! All’interno della fortezza, l’obiettivo è varcare le cinque Porte di Throben, cinque soglie protette da diverse trappole magiche. Nel frattempo è bene esplorare a fondo ogni ambiente, visto che il libro ne dà la possibilità, alla ricerca di possibili alleati, che stavolta si contano sulle dita di una mano. Occorre far tesoro dei suggerimenti ricevuti dai Sette Serpenti, perché a Mampang le infide creature e le raffinate trappole non perdonano gli avventurieri incauti. In aiuto al giocatore giungono le conoscenze e gli oggetti più remoti ed inattesi, perché a questo punto i pezzi del puzzle si ricompongono con precisione maniacale. Si scopre che un goblin ne Le Colline Infernali aveva al collo la chiave della Sala delle Torture, che la fiala donata dal Simulatore ne I Sette Serpenti può effettivamente fermare l’ariete che non può riposare, o che è stato un bene restare fedeli alla propria divinità. Tutto quadra, tutto torna al giusto posto e non restano buchi, come accade solo in un lavoro eccellente e contraddistinto da una costante ricerca dell’esattezza. Se si escludono gli enigmi, La Corona dei Re è un librogame molto semplice, perché i combattimenti sono pochi e per nulla difficili, tenuto conto dei bonus che si sono ottenuti nel corso dell’avventura. In misura ancora maggiore rispetto al resto della serie, qui non sono richiesti lanci di dado particolarmente fortunati per trarsi d’impaccio. Quando si deve morire, si muore e basta, perché senza una certa informazione od un certo oggetto non si è in grado di proseguire. Si tratta quindi di riportare alla memoria quanto appreso fino alle porte di Mampang, compresa l’importante nozione jacksoniana che bisogna aiutare i ciechi e fidarsi di loro. Chi si è mosso correttamente nei libri precedenti vede i suoi sforzi lautamente ricompensati, grazie alla fantasia con cui l’autore recupera materiale dei libri precedenti. L’ambiente della fortezza è l’evoluzione de La Rocca del Male , rispetto al quale appare meno raffazzonato e costruito su di un’ambientazione coerente. Vengono recuperate vecchie conoscenze come gli Uomini-Lince e gli Occhi-Rossi, al fianco dei quali si inseriscono creature deformi come i Mucalitti o pericolosamente intelligenti come gli Uomini-Uccello. Geniale la presenza di una fazione di ‘Samaritani’ che si oppone all’Arcimago, che potremo incontrare e riconoscere tra gli umanoidi alati ostili. Sono inseriti diversi personaggi, alcuni con un ruolo essenziale nella vicenda: Valinia l’Avaro, la cuoca Throg, il maestro delle torture Naggamanteh, l’inventore Farren Whyde di Ruddlestone e molti altri. Il bello è che quasi tutto può essere vissuto senza uscire dal true path , per cui si può dire che il quarto volume corregge e compensa i leggeri difetti dei numeri precedenti. Le tavole di John Blanche raggiungono finalemente il massimo della qualità e sono un vero e proprio valore aggiunto per il librogame, po…