La Creatura del Male — recensione di EGO
EGO · 11 novembre 2007 · 9/10
La creatura del male è un libro di interesse storico: si tratta infatti dell’ultimo librogame scritto da Steve Jackson, vero padre fondatore del genere. Come si conviene ad un grande protagonista, Jackson non ha lasciato l’attività con un lavoro fiacco e affrettato, ma ha invece deciso di tenere in serbo per il gran finale la sua opera più ambiziosa e impegnativa. Possiamo tranquillamente definire La creatura del male il capolavoro di Steve; eppure, paradossalmente, forse non si tratta della sua fatica migliore. Seguitemi e vi spiegherò che cosa intendo dire. Il primo, e forse più significativo, elemento del libro che salta all’occhio è la sua qualità narrativa, immediatamente rappresentata da un lungo prologo che offre un formidabile spaccato del territorio di Allansia. Attraverso una serie di leggende magistralmente raccontate veniamo a conoscenza di informazioni interessantissime sui luoghi e i protagonisti dell’avventura, e allo stesso tempo vediamo degli accenni a due dei personaggi più significativi della carriera di Steve: Zagor (lo Stregone della Montagna Infuocata) e Balthus Dire, a cui si affianca un nuovo formidabile stregone. Finita l’introduzione comincia il viaggio, un’epopea raccontata attraverso gli occhi del protagonista come mai era stato fatto prima. Il nostro personaggio è un essere mostruoso, che riprende conoscenza in un complesso sotterraneo senza sapere chi sia, né che cosa debba fare. Non comprende il linguaggio corrente, e le sue prime scelte sono dettate dall’istinto, incarnato dal lancio del dado. Nelle sue peregrinazioni la bestia compie uno straordinario percorso di crescita, con la progressiva acquisizione delle capacità che gli servono per affrontare l’ambiente che lo circonda. Solo leggendo è possibile capire la bravura e la delicatezza con cui tutto questo viene descritto; grazie a questa geniale trovata, l’immersione del lettore nella storia e la sua immedesimazione nel personaggio sono totali. Si ha davvero la sensazione di conquistarsi, passo dopo passo, l’autonomia di un essere senziente, il potere decisionale che spetta a una creatura matura ed evoluta, un Pinocchio che da burattino ingenuo diventa uomo. In ogni pagina sembra sbocciare quello stile che Jackson finora sembrava essere incapace di esprimere: i paragrafi sono lunghi, le descrizioni accurate, i dialoghi vivaci e concreti. Per quanto concerne la struttura di gioco, La creatura del male è praticamente la summa dell’opera di Jackson, un riassunto di tutto ciò che in Sortilegio ha avuto bisogno di quattro enormi volumi per esprimersi. Lo scopo del gioco è trovare la strada giusta: ne esiste una, una sola, una soltanto, e da quella non si può uscire di un solo paragrafo, pena un fallimento che presto o tardi non mancherà di piombarci sul capo. Visto nell’ottica di un periodo in cui usciva un librogame nuovo ogni due o tre mesi, La creatura del male è veramente il prodotto perfetto per occupare l’attesa: se davvero si ha il coraggio di ricominciarlo da capo ogni volta che si perde, potrebbe benissimo volerci un mese per arrivare alla fine, e forse anche di più (c’è gente che non l’ha finito in vent’anni). La quantità di false strade, di vicoli ciechi, di percorsi che sembrano andare in una direzione e poi si ricongiungono ad un’altra già seguita in precedenza, ha del micidiale. E l’ironia del tutto è che, a discapito della conquista della libertà da parte della creatura del titolo, il giocatore non ha davvero nessuna libertà di movimento. Non puoi sbagliare un paragrafo, non puoi tornare indietro se ti sei perso un oggetto o un indizio. Puoi andare avanti, ma ti ritroverai fregato. Puoi credere di aver fatto una scelta indipendente, ma sei alla mercè dello script più implacabile che il librogame abbia mai offerto. E’ un lungo, crudele gioco di esclusione, di tentativi ed errori alla ricerca di quell’unico svincolo che ti porterà un passo più vicino alla vittoria, ma anche verso un altro labirinto di false piste da cui verrai fuori…