La Legione dei Morti — recensione di Gurgaz

Gurgaz · 6 maggio 2008 · 7/10

Titolo originale : Legion of the Dead Autore : John Herbie Brennan Anno : 1987 Illustrazioni : John Higgins Traduzione italiana : Laura Pelaschiar Mc Court (1991) Ricordo distintamente la cocente delusione che all’epoca mi causò l’ottavo ed ultimo capitolo di Alla Corte di Re Artù . Da bambino reputai l’avventura facile e priva di momenti indimenticabili, imbastita con avanzi di idee mai adoperate nei librogame precedenti. Con fin troppa fretta lo classificai come il peggiore della serie, come il classico finale deludente che tante pregevoli opere ha mandato in malora. Sebbene alcuni giudizi abbiano trovato conferma nel recente riesame, credo che La Legione dei Morti sia un librogame di un livello onesto, superiore alla media, anche se per Alla Corte di Re Artù non è un tassello fondamentale. In apertura si riceve una tragica e sconvolgente rivelazione: il mago Merlino è morto cadendo da una quercia (o mangiando delle prugne avvelenate, secondo i gusti) e per questo è Cody, una teenager apprendista stregone, ad assegnarci l’equipaggiamento e la nuova folle missione. C’è un esercito di nonmorti che imperversa in Scozia, pronto a dilagare come una marea devastante nelle verdi contrade di Avalon. Il compito di Pip è chiaro quanto impossibile: fermare con le sue sole forze la Legione dei Morti, comandata nientemeno che dal defunto Merlino! L’avventura comincia in una landa desolata, che dovrebbe essere la Scozia ma che in realtà è l’Ade (Cody deve aver sbagliato qualcosa, non è molto pratica di teletrasporti). Non dovrebbe costituire un problema raggiungere la vera Scozia, rappresentata schematicamente da una mappa che raffigura una rupe, una foresta tenebrosa (vero classico della serie, c’è quasi in tutti i libri) ed una valle, oltre la quale si trovano un villaggio tipico scozzese ed un lago che, per molti aspetti, fa pensare al Loch Ness. Al di là delle acque scure si cela il covo della Legione dei Morti, ma è inutile recarvisi senza aver racimolato un certo numero di oggetti chiave. Il librogame ha una soluzione abbastanza rigorosa, che presuppone di aver esplorato per bene tutti i luoghi prima di dirigersi alla meta. Nonostante l’apparente rigidità, La Legione dei Morti permette sempre di tornare indietro alle sezioni precedenti, perciò non è facile pregiudicare il buon corso dell’avventura. L’unico sistema è far fuori la vedova Brunilde di Ochnatoberlochnaburry, perdendo così la possibilità di procurarsi una delle sue ciambelle. Io vorrei proprio sapere chi ha mai pensato di massacrare una donna che si dimostra così amichevole, e che permette di conservare una ciambella per mangiarla più tardi. Nel villaggio scozzese ci sono pericoli peggiori e più manifesti, come una distilleria clandestina, una taverna dove il whisky scorre a fiumi, il castello della famiglia Machoot e, naturalmente, un campo di pogolfit. L’umorismo sceglie la strada del revival, recuperando alcuni fortunati luoghi comuni della serie, tuttavia non è privo di gradite novità. A parte la satira a danno degli Scozzesi, Brennan conferisce alla Legione una ridicola disciplina romana, ribadita a suon di motti latini. Il lettore italiano del 1991 non poteva certo sospettare l’esistenza del Dog Latin , ovvero di un latino utilizzato in ambiente universitario per fare dello spirito, grazie al fatto che certe frasi latine, lette con accento inglese, suonano come frasi (inglesi) di tutt’altro significato (Caesar et sum iam forte = Caesar ate some jam for tea = Cesare si pappò della marmellata all’ora del té). È un effetto comico vagamente simile alla traduzione letterale di frasi tipiche romane in inglese (es. go to die killed !). Per di più sembra che l’autore si sia improvvisamente ricordato che la serie si intitola Grailquest ; il ciclo arturiano è vasto e molto materiale è stato lasciato da parte, nella smania di presentare mondi paralleli e dungeon intricati. In quest’ottica risulta positivo l’inserimento del Re Pescatore e la ristesura della sua leggenda: non p…

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