La Missione — recensione di EGO
EGO · 27 aprile 2008 · 6/10
L’inizio della missione del nobile samurai Yasaka lo vede impegnato in una duplice ricerca. Per prima cosa egli dovrà reimpadronirsi del suo equipaggiamento da battaglia: le due sciabole, l’arco e l’armatura che aveva sotterrato dopo la sconfitta che lo indusse all’eremitaggio. Una volta recuperati questi simboli del suo status Yasaka dovrà quindi andare alla ricerca di qualcuno che possa indirizzarlo sulla via per il mitico impero di Wa, e quel qualcuno sarà un giovane principe spodestato, bisognoso dell’aiuto di un grande guerriero al fine di recuperare il trono usurpato. A essere sincero, trovo che La missione sia stato realizzato in modo molto discutibile. I librogame di Doug Headline sono notoriamente ricchi di trappole e morti improvvise non sempre facilmente digeribili, ma in questo caso si deborda più che ampiamente nel regno della cattiveria più pura, con un tal numero di morti repentine, gratuite e soprattutto insensate, che ho avuto l’impressione di leggere uno dei tanti volumi di Fighting Fantasy . La questione dell’onore del samurai, e della necessità di preservarlo attenendosi al Bushido, dovrebbe essere un espediente per aggiungere interesse e colore all’avventura, sì, ma non esclusivamente in vista dei paragrafi di morte! Invece, comportandocisi da codardi è infinitamente più probabile ritrovarsi con la faccia nella polvere piuttosto che privati di un punto di Onore, e la cosa diventa ancor più irritante a causa dell’evidente gusto con cui le scene di sconfitta vengono rappresentate, in modo così esagerato e improvviso da essere spesso ingiustificabile. Per esempio: sento dei rumori in avvicinamento, mi nascondo sotto un tavolo, poi mi rendo conto che mi sto comportando da vigliacco e per lavare l’onta commetto addirittura suicidio rituale? Quando invece mi è permesso di rifiutare, senza grosse conseguenze, un duello diretto con degli avversari di pericolosità molto relativa? Alla faccia della punizione! Un altro esempio sensazionale è l’arrivo in un villaggio di uomini affamati. Posso decidere di condividere con loro due razioni di riso, oppure di tenermele per me. Ecco, non avrebbe fatto male considerare che in questo punto dell’avventura potrei non averle nemmeno due razioni di riso, per vari motivi; peccato che, se non posso condividerle, “il tuo atteggiamento ti trasforma ai loro occhi in un chicco di riso gigante. Di conseguenza vieni mangiato vivo dagli abitanti del villaggio.” Scusate, non vi sembra di esagerare un tantino? In generale, sembra che il libro tenda a minimizzare o a facilitare delle situazioni di pericolo concreto o altre di grande incertezza, per poi affondare il colpo con pretesti banali, magari una risposta poco cortese o la scelta di girare la testa verso destra invece che verso sinistra (giuro!). Il paragrafo 15 è forse quello che meglio dimostra quanto la libertà di scelta del lettore sia in realtà illusoria e pilotata: è vero, me l’hai detto quattro o cinque volte in modo abbastanza chiaro che devo andare al villaggio, e io mi sono ostinato a rifiutare; ma è il modo di spiegare perché mi uccidi? Anche altre trappole ricordano fortemente episodi visti in libri della collana di Steve Jackson e Ian Livingstone. Degni di nota sono un vicolo cieco in cui, dopo un combattimento, si finisce in una situazione dove si muore in ogni caso; e, soprattutto, un loop infinito tra i paragrafi 261 e 263 , dove ha luogo lo scontro con un nemico che, dopo ogni sconfitta, raddoppia di numero. Non esiste via di fuga, e trattandosi di un duello con tecnica ichi, non è nemmeno pensabile di morire per esaurimento della Resistenza. Molto raffinato, ma decisamente imprevedibile e odioso, perché non è quello che si definisce una conseguenza di una scelta sbagliata. Ciò che comunque dimostra una notevole superficialità nella stesura del libro è la presenza di enormi errori nella continuità degli eventi. Non buchi, ma autentiche voragini. Succede in svariate occasioni che una scelta riconduca, dopo qualche par…