La Spada del Templare — recensione di EGO

EGO · 2 aprile 2008 · 8/10

Paul Mason sostiene che lui e Graham Staplehurst hanno entrambi partecipato alla stesura di tutti e due i volumi di Robin Hood . Eppure i fatti sembrano smentirlo clamorosamente: com’è possibile che le modalità di lavoro siano state le stesse se tra il primo e il secondo libro ci sono così tante differenze? La spada del Templare ha un solo paragrafo di morte collettivo, a cui rimandano tutte le situazioni andate a mal fine; lo stile narrativo è infinitamente più gradevole, più vivace, più chiaro e dettagliato, potente ed evocativo; infine, la storia segue un filo conduttore ben definito, pur concedendosi divagazioni come è giusto che sia in un librogame. Tutto comincia quando un cavaliere Templare, Sir Roger di Ledbury, attraversa Sherwood e affronta Robin armato di una spada nera dall’aspetto temibile, evidentemente dotata di grandi poteri. L’origine dell’arma è il mistero su cui far luce, e neutralizzare chi la usa è lo scopo ultimo della missione, perché il Templare ha il compito di eliminare il culto di Herne e tutti i seguaci del Cacciatore. Il filone principale è sviluppato egregiamente, prevedendo un viaggio dal sapore onirico durante il quale incontreremo personaggi misteriosi e leggendari e affronteremo minacce illusorie, eppure assolutamente concrete. Ogni passo è lasciato alla decisione del giocatore, che ha piena libertà di scelta e troverà pane per i suoi denti lungo qualsiasi percorso. C’è un gran numero di oggetti e di bonus da conquistare, e ciascuno ha il suo utilizzo; rischi e benefici sono sempre ben bilanciati, la morte è costantemente in agguato ma non mancano i mezzi per sfuggirle. Oltre a questo sentiero obbligato, molto affascinante e abbastanza ricco di possibilità da offrire spazio a ripetute esplorazioni, esistono anche un paio di sub-quest molto intricate e ben congegnate, il cui scopo è quello di incrementare il punteggio finale. Risolvendo con successo (e non è per niente facile) queste missioni collaterali si realizza pienamente il valore del libro, che altrimenti sarebbe sì bello e soddisfacente, ma effettivamente un po’ troppo breve. Purtroppo bisogna riconoscere che ottenere il punteggio massimo è molto difficile, per via della controintuitività di certe scelte, di lanci di dado assurdamente difficili e di requisiti finali elevatissimi. La vittoria totale si ottiene con 22 punti o più, ma per quel che ne so io fare di più è matematicamente impossibile, perché un personaggio equilibrato al meglio dei punti disponibili all’inizio non avrà occasione di guadagnare un singolo punto di Potere; al contrario, avrà molteplici modi per consumarne, e così facendo si precluderà il massimo dei voti, che quindi è raggiungibile solo con una “prestazione” perfetta sotto tutti i punti di vista. Mi sembra un tantinello troppo esoso, anche se è certamente un ottimo sistema per indurre il lettore a sviscerare per bene tutti i piccoli anfratti del libro, compresi quelli da cui è quasi impossibile uscire (vedi la prigione di Nottingham). La spada del Templare è un buon librogame, ma come il suo compagno soffre a causa di un regolamento applicato in modo inspiegabilmente punitivo. Per quale motivo il numero di controllo per il Travestimento è 3 in una situazione di grande rischio e quello di tutte le altre caratteristiche dev’essere sempre zero o meno, magari in contingenze banali? Gli autori dovevano sapere benissimo che un personaggio equilibrato non ha molte possibilità di riuscire in una serie di lanci così pretenziosi. Eppure la situazione è questa, e la conseguenza è che ci si perde molto facilmente un buon numero di scene interessanti (la testa d’argento è particolarmente memorabile) e diventa quasi miracoloso riuscire in azioni il cui successo è invece importante. Dispiace che sia così, perché l’avventura ha ben più di un’ossatura solida: ha anche un contorno fatto di scene, dialoghi, personaggi interessantissimi, tutti ben scritti e ben caratterizzati, con qualche pezzo memorabile come lo scontro con Willi…

La Spada del Templare