La Stirpe di Dragonspear — recensione di EGO

EGO · 15 gennaio 2008 · 7/10

Kelson Darktreader è un mezzo elfo; questa sua caratteristica lo rende un fuori-casta tra gli elfi purosangue, nonostante che suo padre fosse un famoso guerriero. D’altra parte, le sue fattezze eliche gli impediscono di integrarsi completamente nella società umana, all’interno della quale Kelson ricopre il ruolo di cacciatore per conto del duca di Daggerford. Questo personaggio tanto travagliato viene incaricato dal duca di andare a verificare le attività delle tribù di orchetti, che si starebbero radunando nei pressi della Foresta delle Nebbie. Tale fermento degli orchi si associa alla comparsa di una grande orda di demoni nelle rovine del Castello di Dragonspear; quali conseguenze potrebbe avere tutto questo per Daggerford? E’ quanto dovremo scoprire attraverso i paragrafi di AD&D 17, un librogame che non ha nessun segno distintivo in grado di farlo spiccare in questa vasta serie, se non forse l’ambientazione derivata da Forgotten Realms . Ciò che La stirpe di Dragonspear offre di buono è la varietà di percorsi e di finali disponibili, accessibili attraverso una rosa di scelte individuali non molto vasta, ma ben gestita: i bivi sono sparsi in più punti del libro, cosicché è possibile combinare più “spezzoni” diversi ogni volta per produrre sequenze di eventi ben distinte ed interessanti. Va però detto che i finali non rispecchiano questa buona varietà: pur non essendo pochi, tendono a somigliarsi moltissimo, e la maggior parte delle strade attraversa dei punti obbligati che appiattiscono un po’ l’interesse dopo le prime, coinvolgenti partite. Un difetto già visto in altri libri della serie è il fatto che certe diramazioni si possono imboccare soltanto fallendo dei tiri di dado; in questi casi, però, l’uno e l’altro risultato hanno pressappoco le stesse possibilità di uscire, e nel complesso la ragnatela dei paragrafi non è spaventosamente intricata come lo era per esempio nella Maledizione del lupo mannaro . I lanci di dado non sono quasi mai particolarmente esigenti, e questo è forse un compromesso dovuto alla necessità di bilanciare l’altissima percentuale di combattimenti “one-shot”, in cui basta sbagliare il primo attacco e arriva la fine (eccezionalmente non segnalata dalle solite crocette, ma si tratta di un curioso refuso della versione italiana, perché l’originale le presenta come da regola). Decisamente inusuale la gestione dell’Energia Vitale, che viene persa e recuperata in quantità mai viste prima, ma pur sempre equilibrate nel corso dell’avventura. Le illustrazioni sono chiaramente opera di un principiante, come testimoniano i contorni netti e lo scarso contrasto tra le figure, peggiorato nell’edizione EL da un nero più calcato che occulta la profondità data dai leggeri grigi. La rappresentazione di alcune creature lascia inoltre a desiderare, ma tutto sommato il lavoro di Douglas Ball non è disprezzabile, per quanto decisamente al di sotto degli standard degli ultimi volumi. La Stirpe di Dragonspear è un librogame scorrevole, che si lascia giocare senza lasciare profonde impronte nella memoria del lettore: per quanto la caratterizzazione dei personaggi principali sia ben riuscita, gli eventi non hanno molto mordente e tendono a ripetersi a prescindere dalla strada intrapresa. La struttura del libro è però assolutamente all’altezza di AD&D , e la relativa facilità stimola la ricerca di nuove strade, che vale la pena finché dura.

La Stirpe di Dragonspear