La Stirpe di Dragonspear — recensione di =Dr.Scherzo=
=Dr.Scherzo= · 28 febbraio 2009 · 6/10
Titolo originale: "Advanced Dungeons & Dragons – Spawn of Dragonspear" Autore: Steve Perrin Anno: 1988 (1994 in Italia) Illustrazioni: Douglas Ball Traduzione italiana: Costanza Galbardi e Fabio Accurso ******************************************************** Il ranger mezzelfo Kelson Darktreader è il protagonista della vicenda. Personaggio dal carattere schivo e solitario, Kelson si guadagna da vivere come cacciatore ed esploratore al servizio del Duca di Daggerford. Come ogni sanguemisto che si rispetti, anche lui è diviso tra il bisogno d’essere accettato e la diffidenza di chi gli sta attorno, cosa che lo porta all’avventata scelta di fidarsi d’uno strano barbaro, Blackeye. Questi è in realtà un demone, e conduce Darktreader dritto in una trappola. Sopravvissuto per miracolo all’agguato, in cui sono deceduti tutti i suoi giovani compagni, il nostro ranger troverà un amico in Braggi Ascia Veloce, ed assieme a lui tenterà di sventare i piani dei demoni di Dragonspear e dei loro alleati, gli orchetti di Jagurt Artiglio Rosso. La storia, ambientata in quei Forgotten Realms ben noti agli appassionati della saga videoludica di Baldur’s Gate, si dipana in modo lineare, quasi rilassato, conducendo per mano il lettore tra lande nebbiose, tribù barbare ed accampamenti di goblinoidi. Non si fa molta fatica a seguire la trama, che vive di biforcazioni sostanzialmente semplici: Kelson può infatti decidere se fermare prima il losco Blackeye a Daggerford, o se impedire al feroce Jagurt di raggiungere la città col suo esercito di orchetti. La priorità dell’una o dell’altra opzione riveste un’importanza piuttosto relativa, in quanto gli avvenimenti possono venire tranquillamente affrontati uno dopo l’altro, senza particolari patemi. L’unico reale problema potrebbe sorgere non tanto dalla storia, ma da noi giocatori. O meglio, dal modo in cui scegliamo di ripartire i punti-capacità di Kelson. Prima d’iniziare, infatti, quando ci viene chiesto di suddividere 10 punti tra le cinque Caratteristiche del Personaggio, consiglio caldamente d’assegnare almeno 3 punti alla Combattività. In caso contrario, l’avventura può risultare troppo sbilanciata, e terminare ingloriosamente. Si lotta in più occasioni, e una bassa Combattività non è desiderabile. Se manteniamo un valore di Combattività accettabile, abbiamo ottime probabilità di vincere gli scontri decisivi, in particolare quello contro Blackeye a Daggerford o quello contro il possente Dowd Cacciatore dell’Orso, che impugna la magica spada di nostro padre (e che noi rivogliamo indietro, ovviamente). Merita un discorso a parte, invece, lo spietato Jagurt Artiglio Rosso e la sua comica gestione all’interno della storia. Il grande capo orco Jagurt, che per la sua solidità, resistenza e possanza andrebbe definito “Yogurt”, si rivela infatti una mezza tacca, così come debole risulta tutto l’impianto narrativo riguardante l’accampamento orchesco, troppo facilmente superabile. L’enorme forza di “Yogurt”, millantata dall’autore, è molto semplicemente una farsa: possiamo penetrare con semplicità all’interno dell’accampamento ed eliminare il grosso orco nel giro di cinque paragrafi. Possiamo anche farci catturare dalle guardie goblin ed uccidere questo terribile bruto armati d'un piccolo pugnale, mentre lui, facendo roteare la gigantesca scimitarra, si pavoneggia inutilmente davanti ai suoi sottoposti. Oppure possiamo stenderlo definitivamente dall’alto delle mura di Daggerford, colpendolo con una freccia. In ogni caso, la sua eliminazione avverrà senza un minimo di pathos, distruggendo gran parte dell’atmosfera fin lì raggranellata e facendo scivolare il finale in un sciatto anonimato che non rende giustizia ad un libro comunque onesto. Ambientazione: 6 Stile di scrittura: 6 Bilanciamento: 6 Interattività: 6 Aspetto grafico: 6 Voto complessivo: 6 Difficoltà: bassa