Le Sette Città d'Oro — recensione di Gurgaz
Gurgaz · 19 novembre 2007 · 10/10
Titolo originale : Quest for the Cities of Gold Autori : Richard Glatzer Anno : 1987 Illustrazioni : José Gonzalez Navarro Copertina : William Stout Traduzione italiana : Mariangela Bruna (1992) Titolo e copertina non lasciano dubbi: questo librogame è ambientato in America, prevalentemente tra le civiltà precolombiane. E invece no. Con mio grande stupore, Le Sette Città d’Oro intraprende un percorso completamente diverso, che sfiora soltanto la caduta della civiltà Azteca ad opera dei conquistadores spagnoli e finisce per raccontare una storia poco nota, almeno in Europa: la ricerca di sette leggendarie città fatte interamente d’oro, un miraggio che infiammò gli animi dei colonizzatori tra XV e XVI secolo. Non stiamo parlando di El Dorado. Nel 1447 il navigatore Antonio Leone scomparve nell’Atlantico e fece ritorno a Lisbona portando con sé la leggenda delle Sette Città d’Oro; dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo e le efferate spedizioni di Fernando Cortés, gli esploratori del Nuovo Mondo si mossero verso le terre a nord del Golfo del Messico, in cerca delle meravigliose città descritte da Leone. La nuova avventura inizia proprio in una di queste spedizioni, condotta nel 1528 dal governatore spagnolo Panfilo de Narváez. Secondo me il librogame è frutto di uno studio accuratissimo da parte dell’autore, perché il percorso didattico e narrativo ha un preciso intento e lo porta a termine con singolare maestria. Per prima cosa si apprende che razza di manigoldi avidi di denaro abbia guidato la conquista e l’esplorazione dell’America: prima sotto la crudele disciplina di Narváez nella sua fallimentare impresa, quindi a Tenochtitlán, dove Cortés si è assicurato col tradimento il tesoro degli Imperatori Aztechi. I conquistadores non sono sazi di ricchezze, perciò riprendono la ricerca delle Città d’Oro a nord del Messico, prima nel 1539 con Frate Marcos de Niza, poi nel 1540 con Francisco de Coronado. Ovviamente si può prendere parte a tutte le spedizioni ed entrare in diretto contatto con i personaggi storici, ai quali si affiancano figure di fantasia ben delineate: il burbero capitano Marquez, l’enigmatico cronista Casteñada e lo schiavo moro Esteban, che incontreremo più volte da ragazzo e saluteremo per l’ultima volta mentre guida l’avanscoperta della spedizione di Frate Marcos, adulto e padrone della situazione. Al seguito di Coronado, si raggiungono le aree meridionali degli attuali Stati Uniti, dove vissero e continuano a vivere anche oggi gli Zuni, una delle tribù indiane legate alla coltivazione del mais. Il librogame regala una profonda immersione nella cultura Zuni, fatta di rituali propiziatori e spiritismo. Non mi aspettavo che Le Sette Città d’Oro avesse come obiettivo un excursus sugli Zuni e sono stato sorpreso dal rispetto con cui Richard Glatzer presenta questa civiltà. Il discorso finale del nonno di Qatsia, la nostra amichetta Zuni, è una magnifica chiosa per la folle corsa all’oro degli europei nel Nuovo Mondo: “Vedi, per me e per la mia gente i nostri pueblos sono i luoghi più preziosi dell’universo. Gli spiriti dei nostri antenati e i semi delle nostre generazioni future abitano qui. L’uomo bianco è venuto a portare la distruzione, ma non potrà fare del male agli Zuni. Questo è il centro del nostro mondo e nessuna ricchezza può cambiarlo o costringerci a rinunciarci”. Il settimo Time Machine non è solo un piccolo capolavoro di narrazione e di diffusione culturale; è anche molto piacevole da giocare e da leggere, poiché mescola nel giusto equilibrio momenti di azione a spezzoni prettamente narrativi. La Banca Dati offre un quadro esaustivo per affrontare le scelte proposte, mai confuse od insensate. Il livello grafico è più che buono e non ci sono vizi strutturali, nemmeno causati dagli oggetti. Va menzionata anche la fedeltà storica e l’obiettività dell’autore, che oltre ai conquistadores senza scrupoli inserisce nel suo libro anche il pacifico esploratore del Mississippi, Alonso de Piñ…