Le Sette Città d'Oro — recensione di EGO
EGO · 1 giugno 2008 · 7/10
Sarebbe facile, vista la copertina, pensare che le sette città d’oro abbiano a che fare con il Centro America e la leggenda dell’Eldorado. In realtà non è così: seppur anch’esse leggendarie, queste famose città, che qualcuno (magari appassionato lettore disneyano) potrà conoscere sotto il nome di Cibola, furono cercate ben oltre i confini delle terre notoriamente saccheggiate da Cortés e amici conquistadores. Questo librogame, che ci mette alla loro ricerca, compie quindi una panoramica sull’America del periodo immediatamente successivo all’arrivo di Colombo, e su alcuni uomini che ne furono protagonisti. Il lavoro di ricerca storica compiuto da Richard Glatzer, in un’epoca senza Internet, dev’essere stato senz’altro notevole, perché la mole di nozioni impiegate, la loro accuratezza e l’uso giudizioso che ne viene fatto sono degni di lode. In questo episodio di Time Machine c’è molta più realtà che fantasia, e anche l’utilizzo che viene fatto dei personaggi storici è rispettoso della documentazione che esiste a loro riguardo. Sebbene sia inevitabile considerare come orribile il trattamento riservato dalla maggior parte dei conquistatori nei confronti dei nativi, poi, lo sguardo con cui certe crudeltà vengono osservate si mantiene lucido e distaccato, senza facili moralismi. Il valore prettamente documentario di questo volumetto è straordinario. Ci si chiede dunque come mai tanta bravura non sia stata applicata anche all’interazione con il gioco. Per esempio, la Banca Dati è un’altra di quelle molto ricche di informazioni che non trovano però un’applicazione nel condurre correttamente il viaggio nel tempo; anzi, forse mai come in questo caso questo importante ausilio è stato inutile, perfino fuorviante. Dico fuorviante perché, dei tre oggetti che possiamo selezionare a inizio libro, uno viene chiaramente presentato dalla Banca Dati come importante, eppure è un altro che bisogna portarsi dietro, perché in caso contrario l’avventura si blocca in un loop irrisolvibile! L’autore sembra saperlo molto bene, perché gli altri due oggetti possono essere vicariati proseguendo senza problemi, e anzi aggiungendo qualcosa in più alla lettura; ma ciò non giustifica l’errore, semmai chiarisce che proprio di errore si tratta. Se aggiungiamo anche che i suggerimenti sono, specialmente nella prima parte, nebulosi fino all’inservibilità o, al contrario, fornitori di suggerimenti così importanti e dettagliati da dover piuttosto stare nella Banca Dati, si capisce come tutto ciò di cui il lettore si dovrebbe servire per trovare la strada non risulti di grande aiuto. Oltre a ciò, per quanto non si possa negare che la successione degli eventi sia davvero ben organizzata, ho l’impressione che alla fine il libro si riveli soprattutto un’occasione per l’autore di parlare di un argomento che gli sta a cuore, ovvero gli indiani Zuni: tutta l’ultima parte della storia è interamente dedicata a loro, e la storia e la cultura di questo popolo vengono descritte con una dedizione e un dettaglio che non quadrano perfino in un affresco così curato. In effetti, per la prima volta in Time Machine , la conclusione dell’avventura non rispetta affatto gli obiettivi della missione, e non capisco come si possa pensare che il lettore creda di aver trovato ciò che cercava! A questo punto si sarà capito che Le sette città d’oro non mi ha convinto. Trovo veramente strano il contrasto tra il maniacale studio e utilizzo del background culturale e l’ambigua conclusione del racconto; è vero, in fondo si tratta di un’interpretazione, ma secondo me si potevano chiarire un po’ meglio le cose. Inoltre l’aspetto interattivo è veramente deludente e toglie del valore ad un’opera che altrimenti sarebbe stata perfettamente all’altezza dei migliori standard della serie. Il settimo Time Machine è un bel libriccino da leggere e anche una full immersion in un capitolo poco noto della storia, però non centra in pieno gli obiettivi.