Le Spire dell'Odio — recensione di EGO
EGO · 6 settembre 2007 · 7/10
Con Le spire dell’odio il testimone di Realtà Virtuale passa nuovamente a Mark Smith, che riporta l’ambientazione nella città di Godorno già vista nel primo volume e che qui si rivela essere una riproduzione della Venezia dei dogi, con tanto di Canal Grande, bargello e Ponte dei Sospiri. La città è oppressa da un avido tiranno, che vessa la popolazione con ogni genere di tasse e balzelli; ma ciò che è peggio è che il tiranno svia da sé il risentimento generale fomentando l’odio nei confronti del popolo dei Judain, che a Godorno è particolarmente rappresentato. La legge di espulsione dei Judain rappresenta il punto di partenza della vicenda, che si evolve poi con l’avvento di Hate, un terribile mostro nato dall’odio, che corrompe la mente degli esseri umani e infine li assimila nel suo corpo. L’ambientazione e l’atmosfera della storia sono ben costruite, ma purtroppo Smith ricade nello stesso errore che ha rovinato La foresta degli elfi : un substrato ideologico pensato male e realizzato peggio. Era necessario creare una Venezia nazista dedita allo sterminio di simil-giudei per giustificare l’avvento di Hate? Oltretutto, anche in questo libro la vicenda viene trascinata avanti con ogni tipo di incoerenza, fino a cadere nel ridicolo. Innanzitutto non c’è nessuna vera spiegazione della comparsa di Hate: semplicemente, succede, come se fosse logico che l’odio si personifichi in un mostro serpentino che ambisce a distruggere la città. Ma anche il modo in cui vengono dipinti i Judain induce a domandarsi che cosa stesse pensando l’autore mentre scriveva il libro. I Judain si definiscono il “popolo eletto”, senza nessun motivo, senza nessun background, come se fosse scontato che si tratta proprio degli ebrei biblici; vengono inizialmente descritti come vittime immolate, per poi rivelarsi corrotti e spietati come i loro persecutori, al punto da aver organizzato già da tempo un modo per trasferire abusivamente il denaro attraverso la città, e una rete sotterranea di traffici clandestini… un vero esempio di decoro e rettitudine! Chissà, forse il tiranno non aveva poi tutti i torti… Tutte queste contraddizioni fanno pensare che Smith abbia pensato i punti chiave della vicenda e poi li abbia messi in successione a forza, senza preoccuparsi troppo della coerenza della storia fintanto che era possibile mandarla avanti. Perché il protagonista, dopo essere fuggito da Godorno, ci torna, ben sapendo che al suo popolo la città è preclusa? Perché, se non per esigenze di copione, quelle stesse esigenze che spruzzano alcuni paragrafi di dettagli splatter completamente gratuiti, descritti con tanta brevità e superficialità da farli apparire del tutto fuori luogo? In alcuni punti la retorica del libro raggiunge livelli rivoltanti. Prendiamo il paragrafo 183: “… i membri dell’equipaggio ritornano dalla taverna in cui hanno sperperato il proprio denaro bevendo… gli uomini remano cantando una canzone molto triste su come un uomo può faticare tutta la vita e alla fine non avere altro che gli abiti che porta addosso.” Ultimo appunto sulla storia riguarda la solita, gratuita inclusione di Tyutchev e Cassandra. L’insistenza di Smith nel voler inserire un cammeo di questi personaggi ad ogni occasione anche quando non aggiungono niente alla trama, come accade in Le spire dell’odio , ha sinceramente del morboso. Potevano restarsene su Orb e non ne avremmo sentito la mancanza. Fortunatamente, la giocabilità è molto buona. Nonostante i 56(!) paragrafi di morte, ci sono solo due modi per morire: 1) arrivare ad un certo punto senza l’oggetto o la parola d’ordine necessari, e 2) fare una grossa sciocchezza. Non c’è da ragionare molto sulle scelte disponibili per indovinarne le conseguenze, e quindi la morte è quasi sempre meritata, quale esito di una decisione platealmente sbagliata. Dopo aver completato la prima parte del libro, che serve più che altro da preambolo narrativo all’azione vera e propria, si possono finalmente intraprendere tutte le mini-missioni che…