Lo Smeraldo del Fiume Nero — recensione di EGO
EGO · 12 aprile 2008 · 7/10
L’unico librogame di Peter Ryan è unico anche nella sua collocazione all’interno della serie di Sherlock Holmes . In quest’avventura, infatti, i panni che vestiamo sono quelli di David Rogers, giovane studente presso la Belton School e membro di una piccola società segreta interna alla scuola, la “Società dei Cinque”. In seguito ad una scommessa uno dei Cinque, Mark Avery, porta nell’istituto una preziosa gemma imprestatagli dal padre, lo Smeraldo del Fiume Nero, che però un giorno scompare, lasciando Rogers come principale indiziato. L’accusato pensa bene di rivolgersi a Holmes per risolvere il caso, ma il grande detective è impegnato altrove e decide di affidare le indagini al giovane cliente, mantenendo i contatti per corrispondenza. A noi dunque il compito di scoprire il colpevole! Narrativamente parlando, Lo smeraldo del Fiume Nero è una piccola perla. Il prologo ricattura alla perfezione il personaggio di Holmes e lo stile dei racconti di Conan Doyle, e il resto della storia non cade al di sotto di questo standard per quanto riguarda le descrizioni e i dialoghi, lunghi quanto serve, sempre interessanti, mai eccessivi o fuori luogo. L’indagine si dipana attraverso la scoperta delle storie personali dei cinque sospettati, ossia i quattro compagni di David nella Società e il direttore dell’istituto. L’intreccio è ben costruito, perché la scelta di seguire un sospetto piuttosto che un altro esclude la possibilità di esplorare a fondo tutte le trame, per ovvi motivi spazio-temporali. Le opzioni offerte sono comunque sufficienti a ottenere indizi e a costruirsi un’idea precisa sull’identità del colpevole, e allo stesso tempo il gioco è abbastanza elastico da consentire di indulgere in un po’ di puro voyeurismo ai danni degli inconsapevoli indiziati, ognuno col suo bel carico di scheletri nell’armadio. La lettura è quindi, in ogni caso, affascinante e coinvolgente. All’elemento ludico vengono spesso mosse delle accuse che trovo difficilmente comprensibili. Indubbiamente la mole di indizi recuperabili è eccessiva, considerando anche che nel solo prologo ne vengono appioppati ben 9 di nulla rilevanza; ed è anche vero che i lanci di dado sono molti e non sempre utili. Queste sono però accuse che non tengono conto dell’effettiva natura del libro: l’atmosfera de Lo smeraldo del Fiume Nero è un misto tra la serietà di Sherlock Holmes e la spensieratezza fanciullesca di Detectives Club , serie che viene ricordata in più di un’occasione, sia a livello narrativo con scene quali la cena nel refettorio, sia a livello ludico in illustrazioni come quella delle impronte nel bosco. Non è quindi strano che il giovane protagonista possa considerare indizi anche delle informazioni superflue o ridondanti, e non è inappropriato che per lui sia relativamente difficile individuare alcune evidenze utili al caso. I dadi non richiedono comunque punteggi dalla media più elevata di quanto visto nel primo volume, e di indizi ce n’è in abbondanza per indirizzarsi sulla strada giusta, che ciò avvenga per deduzione o per semplice esclusione di alcuni sospetti. Buona anche l’idea di poter perdere alcuni bonus a causa di incidenti fisici, sia casuali che provocati da un paio di personaggi ansiosi di menar le mani. L’unica perplessità viene dal fatto che non c’è un foglio del personaggio precompilato, perciò è impossibile sapere quanto denaro abbia con sé Rogers, sebbene durante l’avventura gli venga richiesto di spenderne. I veri nèi di questo libro stanno altrove, in un paio di punti della trama che sono sicuramente discutibili. Innanzitutto, la famosa idea degli indios che riescono a passare inosservati nel pieno della Londra vittoriana va certamente ben oltre il ridicolo, anche se non è certo la prima volta che viene implementata in un racconto. Ma soprattutto, lo scacco più grave ai danni del lettore arriva nel finale: hai individuato il colpevole, grazie a una o più delle non poche prove a suo carico, eppure non ti viene concesso di ricostruire il caso;…