L'Occhio della Sfinge — recensione di EGO
EGO · 10 maggio 2008 · 9/10
Proiettato nel passato dagli incantesimi del Vecchio della Montagna, il Prete Gianni si ritrova nell’Egitto dominato dal faraone Amenophis IV Akenathon, alla ricerca del sacerdote Antarsis, che potrebbe conoscere la strada per Shangri-La. Sfortunatamente il faraone ha abolito ogni culto che non sia quello del disco solare, e i sacerdoti degli altri dèi sono stati catturati o si sono rifugiati in luoghi ben nascosti e molto pericolosi. Dobbiamo quindi correre una gara contro il tempo, prima che i soldati del faraone trovino Antarsis e possano giustiziarlo! L’occhio della Sfinge è l’episodio di Misteri d’Oriente che più di tutti ha dalla sua il fascino e la coerenza dell’ambientazione. L’Egitto dei faraoni è sempre un setting estremamente potente, e il fatto che sia al tempo stesso conoscibile e misterioso contribuisce al gioco degli autori francesi, che non rischiano troppo nel mescolarvi una giusta dose di elementi fantasy. Ecco quindi confezionata un’avventura che, a differenza della precedente (e delle successive), è credibile oltre che bella e ottimamente giocabile. Il Prete Gianni può cercare Antarsis seguendo due strade: una passa per la pericolosa Tomba di Hatscepsut, l’altra attraversa il deserto assieme a una carovana. Entrambe hanno come destinazione finale la Quarta Piramide (Tronca) di Gizeh, ultimo nascondiglio del sacerdote fuggiasco, ed entrambe offrono un nutrito campionario di sfide e meraviglie. Anche lo stile di scrittura degli autori sembra qui trovare modo di realizzarsi appieno, e descrizioni, dialoghi ed eventi si rivelano perfettamente azzeccati. Alcuni momenti hanno davvero del sublime, i paragrafi di morte sono talmente spettacolari che dispiace doverli evitare (impressionanti quelli del sarcofago e del Drappo Spettrale), e il finale trasmette un magnifico senso di pace, di emozione, di compiutezza, pur essendo a sua volta un nuovo inizio. Gli ambienti esplorabili sono assolutamente coerenti e non sembrano mai dei generici dungeon, e non c’è una creatura che dia l’impressione di esser fuori posto. A completare lo sfondo della storia ci sono i disegni, belli e appropriati sia quando sono a tutta pagina che quando servono solo a riempire i vuoti tra un paragrafo e l’altro. Lo svolgimento dell’avventura è un po’ più guidato che nel Vecchio della Montagna : le due strade, comunque le si approcci, non possono fare a meno di attraversare alcune tappe obbligate. C’è comunque una notevole libertà di esplorazione, e l’armamentario magico reperibile è sullo stesso livello di quanto visto nel libro precedente; tutto è utilizzabile, a parte l’Occhio dalla Doppia Vista che, misteriosamente, si rompe poco dopo averlo trovato, pur essendo utilizzabile più in seguito. Non si tratta di un’avventura difficile, tutt’altro: visti i requisiti minimi di Forza che la serie richiede, i duelli nell’ Occhio della Sfinge sono fin troppo semplici, e la maggior parte dei nemici può solo sperare nel Giudizio di Dio per batterci. Le trappole, eccetto forse una o due molto repentine e brutali, non possono realisticamente impensierire il lettore, perché gli indizi per evitarle sono numerosi e facilmente trovabili; per cacciarsi nei guai peggiori bisogna proprio volerlo. Nella parte finale del libro si trovano, ancora una volta, le insidie maggiori: una trappola che può terminare l’avventura di punto in bianco, un enigma di non facile risoluzione e un giochetto numerico degno di Steve Jackson. Segnaliamo alcuni errori. Il finale del Vecchio della Montagna lasciava intendere che si conservasse solo la spada, eppure all’inizio del volume 2 vengono chiamati in causa l’oro e i pasti. In alcuni combattimenti viene detto “perdi il primo assalto”, ma che cosa vuol dire esattamente? Forse che l’avversario tira solo lui i dadi e la sua Forza d’Attacco va comparata con la nostra Forza base? E’ probabile, ma non è specificato. Due errori di traduzione: il 197 dovrebbe rimandare al 336 , che è sempre un paragrafo di morte ma non è quella simpatic…