Lupo Solitario (01-05) - Avventure Ramas — recensione di Rygar
Rygar · 2 febbraio 2008 · 9/10
La saga di Lupo Solitario parte in maniera abbastanza scontata, secondo uno dei più comuni stereotipi del Fantasy: il protagonista è l'unico superstite dopo l'assalto subito da un importante ordine monastico/mistico/cavalleresco (nel quale comunque lui era la proverbiale ultima ruota del carro) e si trova costretto, suo malgrado, a improvvisarsi eroe. Per arrivare a tanto dovrà compiere varie imprese che, incidentalmente, lo porteranno a vendicarsi di chi lo ha reso l'unico superstite del suddetto ordine e a recuperare il sapere perduto dei suoi Maestri defunti. Le gesta epiche che lo portano a questi risultati sono narrate nell'arco di cinque volumi, che rappresentano il primo dei tre cicli dedicati a Lupo Solitario. Bisogna subito dire che, a quanto pare, Joe Dever non aveva ancora chiaro dove sarebbe andato a parare nella stesura dell'intera saga. Il primo e il secondo libro sono ben collegati, ma nell'arco delle due avventure ci sono solo alcuni accenni a colui che sarà il "cattivo" del terzo episodio (che infatti si svolge in un ambiente del tutto differente); il quarto, poi, non ha quasi nessuna relazione con i primi tre e il quinto cerca in maniera un po' forzata di riannodare i fili della trama. Insomma, la coesione non è il punto forte di questa saga. Questo però non vuole togliere niente alla qualità dei singoli volumi, che sono tutti dei piccoli capolavori nel loro genere (contando anche il fatto che all'epoca Joe Dever era un pioniere di quel genere innovativo di intrattenimento). Si può forse dire che l'autore volesse sfruttare ogni volume per descriverci un nuovo aspetto del mondo chiamato Magnamund, cercando di tratteggiare una terra il più varia possibile. Proprio la tendenza alla variazione è un'altra caratteristica importante di questo scrittore. Nelle pagine di Lupo Solitario, infatti, si alternano innumerevoli registri stilistici: la narrazione diventa di volta in volta drammatica, epica o avventurosa, senza disdegnare alcuni gradevolissimi siparietti di stampo comico o addirittura farsesco. Insomma, Joe Dever è uno scrittore competente e dimostra fin dalle prime pagine di conoscere bene il proprio mestiere. Anche lo spessore dei personaggi secondari è notevole. Un compagno di viaggio che compaia anche solo per una mezza dozzina di paragrafi avrà grandissime possibilità di restare impresso a lungo nella mente del lettore. Lo stesso discorso può essere fatto per le innumerevoli locazioni visitate dal nostro eroe, dato che è davvero difficile trovarne due uguali. A questo si aggiunga anche una traduzione generalmente di buona qualità e si otterrà una lettura facile e scorrevole. L'aspetto grafico è un altro punto forte della serie. Gary Chalk (che proseguirà la propria collaborazione con Joe Dever per altri tre volumi dopo questi cinque) è senza dubbio una scelta azzeccata, sia per quanto riguarda le tavole intere, sia per le figurette prive di cornice che sono inserite tra un paragrafo e l'altro. Una nota di demerito va invece alle copertine che sono tra le più ridicole che io abbia mai visto. Le figure in se non sono male, ma ricordo che da bambino non trovavo nessun nesso tra l'illustrazione e le vicende narrate nel libro. Ora sono cresciuto, ma il senso di fastidio rimane sempre: ho l'impressione che si tratti di un disegno qualsiasi appiccicata lì tanto per fare. Il sistema di gioco è un altro punto di forza della saga, tanto buono che Dever lo userà (con scarsissime modifiche) negli oltre trenta libri che scriverà nel corso degli anni seguenti. Al giocatore viene infatti data una discreta libertà nella creazione del personaggio senza che questo vada però a condizionare il buon esito delle missioni; la stessa libertà viene concessa nel gestire la crescita di Lupo Solitario tra un'avventura e l'altra. Il fatto di poter conservare il suddetto personaggio di libro in libro è senza dubbio un incentivo a giocare "bene", conservando soprattutto l'equipaggiamento migliore, ma è anche un'arma a doppio taglio pe…