Return to Firetop Mountain — recensione di EGO

EGO · 31 maggio 2009 · 4/10

Nelle intenzioni originali dell’editore Puffin, Fighting Fantasy 50 avrebbe dovuto essere contemporaneamente il numero del decennale e la conclusione della collana. Per questa ragione si pensò bene di celebrare l’evento riportando i lettori a Firetop Mountain, là dove tutto era iniziato nel 1982, e di affidare la stesura del libro ai padri fondatori. Purtroppo Steve Jackson non poté fare un’eccezione per l’occasione, e tutto il lavoro cadde nelle mani di Ian Livingstone, la cui evoluzione come autore di gamebook si è fermata molto presto, a scapito del gran numero di opere. È quindi scontato che non ci sia assolutamente niente di innovativo o celebrativo in Return to Firetop Mountain . Il prologo, decisamente banalotto e svogliato, ci informa che lo stregone Zagor è resuscitato dalla morte grazie a un incantesimo malvagio che aveva lanciato su di sé come, diciamo, assicurazione contro gli infortuni, e sta facendo rapire gente dai villaggi vicini per prelevare i pezzi necessari a ricostruire il suo corpo. Noi siamo il solito vecchio avventuriero di passaggio tanto in voga nei primi Fighting Fantasy (ma non lo stesso che sconfisse lo stregone dieci anni prima) e, dietro la richiesta dei paesani disperati, accettiamo di andare alla montagna dalla cima rossa per ammazzare Zagor. Ammettiamolo, il twist horror degli esperimenti alla Frankenstein poteva aggiungere un po’ di colore al racconto; questo nelle mani di Stephen Hand, però, non in quelle di Livingstone la cui specialità è creare dungeon. E anche così, si può solo constatare che questo è il libro meno curato e ispirato di Ian da moltissimo tempo, se non proprio il più sciatto in assoluto, come se non ci credesse o tenesse molto neppure lui. La caratterizzazione dei personaggi secondari, che non sono pochi, è praticamente nulla: entrano in scena, si presentano, fanno il loro dovere in un paio di paragrafi e se ne vanno. Perfino il vecchio Yaztromo, il comprimario più longevo di tutto Fighting Fantasy , è cambiato ed è adesso burbero e sbrigativo, laddove un tempo era un buon clone di Gandalf. Ma la superficialità non risparmia niente: i paragrafi sono tutti brevi e impersonali, le descrizioni ridotte al minimo indispensabile per capirci qualcosa, e in definitiva il libro è sottile, assai misero a fianco dei corposi volumi che lo precedono direttamente e che sul piano della scrittura offrono tutti, senza esclusione, materiale di tutt’altra classe e impegno. La qualità essenziale di cui Return to Firetop Mountain difetta in modo imperdonabile è la credibilità. Alcune parti del dungeon, soprattutto le prime, riprendono, mostrandone il degrado, una manciata di luoghi e strutture già visti nel primo volume, descrizioni identiche comprese; ma questo è l’unico tocco di atmosfera e nostalgia che l’autore si sforza di proporre. Il resto del labirinto è il solito intrico di porte e corridoi che Livingstone ha proposto in mille salse, e non solo è di una banalità orribile, ma è ridicolo e quel che è peggio, lo sa perfettamente. In un solo paragrafo, il 316 , Ian mette su carta una dichiarazione d’intenti e una bugia clamorosa. Yaztromo ci informa che, usando l’incantesimo di resurrezione, Zagor ha anche creato i mezzi della propria rovina, perché nella montagna sono apparsi i denti di drago che contengono il potere per affrontare lo stregone. Ma guarda un po’ che caso… Qualsiasi lettore che conosca un po’ Livingstone capisce al volo che con questa idea l’autore sta praticamente dicendo “ora voi vi aspettate un labirinto dove io ho nascosto questi oggetti, perciò io vi chiedo carta bianca per nasconderli in ogni modo che mi verrà in mente”. Questa è una promessa scolpita nel granito; la balla pazzesca è che Yaztromo sostiene che di quei denti basterà trovarne almeno due, mentre poi, come è inevitabile, averli tutti è condizione sine qua non per la vittoria finale. Con che faccia si può dire una cosa simile in un libro dedicato ai fan di vecchia data, che la sanno ormai molto più lunga d…

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