Rupert il Selvaggio — recensione di Gurgaz

Gurgaz · 20 gennaio 2008 · 3/10

Titolo originale : Battle Quest Autore : Stephen Thraves Copertine : Terry Oakes Immagino che nessuno sentisse il bisogno di un’altra recensione della tremenda serie Rupert il Selvaggio , approdata in Italia nel 1993. Non penso ci siano ancora dubbi a riguardo: questo è il prodotto più scadente inserito nella collana E.Elle ed il peggior lavoro di adattamento mai realizzato dalla casa editrice triestina. Siccome mi piace far scempio delle spoglie dei nemici sconfitti, alla stregua dei feroci Achei nella guerra di Troia, anch’io conficcherò la mia satirica lancia nelle carni putride di Rupert il Selvaggio , già perito sotto gli strali dei colleghi recensori. La rigirerò per bene, se non altro per accertarmi se il cadavere puzza ancora a distanza di qualche mese. Nel 1992 un uomo di nome Stephen Thraves si era accorto che il fenomeno librogame era entrato in crisi, sostituito da un’ampia varietà di media in grado di accalappiare l’interesse dei ragazzi. Giochi da tavolo, giochi di ruolo e soprattutto videogame: tutto era colorato e sfavillante, la grafica regnava sovrana e conquistava il cuore delle nuove generazioni. Allora Thraves disse: “facciamo una serie di librogame, che doteremo di una grafica superiore e di accessori mai offerti prima”. L’intraprendente demiurgo ebbe la fortuna di incontrare un’anima pia di nome Terry Oakes, che mise a disposizione la sua pregevole arte per dar vita alla serie Battle Quest . E Thraves vide che era cosa buona. Ma l’aspirante salvatore dei librogame non possedeva il dono della lungimiranza, poiché il progetto si arenò dopo soli due volumi. Col senno di poi è facile trovare il motivo: non si possono proporre dei librogame in cui l’unica attrattiva è un kit con due dadi speciali, due segnapunti e qualche simpatico strumento per la decodifica. L’idea degli accessori non era male, ma richiedeva un impianto di gioco decente e soprattutto un aspetto narrativo più curato. Al contrario, questi due elementi sono stati trattati con suprema negligenza, come se Thraves si fosse improvvisato autore di librogame senza averne mai letto uno in vita sua. Il regolamento è molto semplice, anzi, nella versione originale non esiste neppure. Un’avventura a Battle Quest consiste nell’avanzare in un sotterraneo fatto di trivi con alternative equivalenti e nell’affrontare orrendi mostri per rubare i tesori che custodiscono. Intendiamoci, se si trattasse di un banale dungeon “entra, uccidi mostro, arraffa tesoro, esci” non sarebbe nulla di scandaloso od inaudito. Il problema è la gestione orripilante del gioco, per cui ogni situazione è la fotocopia delle precedenti e la logica è spodestata dal caso e dalla sorte. Non c’è nulla da valutare e nessuna sorpresa che allieti la lettura, eccetto il disappunto per la repentina attribuzione delle penalità. L’eroe barbaro, Rupert (un personaggio di Wagner?), è uno stereotipo di prim’ordine in tutte le sue stringate caratteristiche, salvo poi rivelarsi una mezza calzetta quando c’è da menar le mani. Forse non abbiamo compreso la genialità dell’autore, che ha inventato un barbaro incapace di combattere e di compiere atti di eroismo. Perché tutti vogliono bene ad un personaggio caricaturale come Pip, mentre per il sorprendente antieroe di Thraves non c’è nessuno che spezzi una lancia? Naturalmente sto scherzando. Rupert dispone di 6 punti di Forza , che rappresentano le sue quanto mai limitate energie. In combattimento deve aver ragione di nemici che possono sopportare da 2 a 9 Colpi , ma se il prode guerriero viene appena scalfito, il regolamento gli ingiunge di abbandonare la lotta. In fondo si tratta di un espediente ludico come tanti e cercare una spiegazione realistica porta alla contraddizione, all’aporia ed al probabile tentativo di suicidio. Consiglio pertanto di non porsi troppe domande per giustificare razionalmente il regolamento di questa serie; è molto più sensato chiedersi perché nei videogame a scorrimento il nemico che ci sta di fronte ci colpisce, mentre i no…

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