Star Strider — recensione di EGO
EGO · 22 aprile 2009 · 8/10
Il numero 27 di Fighting Fantasy è il titolo d’esordio di un nuovo e controverso autore: Luke Sharp, pseudonimo di Alkis Alkiviades. Anche lui, come già Chapman e Waterfield, esordisce con un titolo di fantascienza, tra l’altro uno degli ultimi vagiti del genere all’interno della serie. L’entusiasmo per questo tipo di avventure è sempre stato fiacco tra i lettori della collana, e in genere per buoni motivi; eppure, il tentativo di Sharp è a mio parere uno di quelli che hanno centrato il bersaglio… anche se mi ci è voluta una rilettura a distanza di tempo per deciderlo. La prima opinione era infatti negativa, probabilmente per un certo pregiudizio verso i librogame sci-fi. Lo spunto, naturalmente, è banale. Siamo in un lontano futuro, e quelli che un tempo erano chiamati cacciatori di taglie portano il nome di Rogue Tracer; i migliori tra loro detengono il titolo di Star Strider. Facile dedurre che il nostro personaggio è uno di questi. La sua missione consiste nel salvare il Presidente della Federazione Galaxy One, catturato dai Gromulani che intendono estrarre dal suo cervello informazioni da cedere all’impero nemico. Il presidente è dotato di un cefaloprotettore che schermerà le informazioni per 48 ore, dopodichè ogni tentativo di salvataggio sarà inutile. Ma il modo in cui questo “mission briefing” ci viene proposto è già un segno distintivo. Tutta la parte dell’introduzione e delle regole viene presentata come un lungo file in stile Mission Impossible, e comprende interessanti descrizioni delle armi che possediamo e dei nemici che incontreremo. La missione è ambientata sulla Terra, covo dei Gromulani e di molti altri criminali, su cui ormai vivono ben pochi degli abitanti originari. I Gromulani sono maestri dell’illusione, che generano attraverso i loro Illusioscopi, e hanno al loro servizio degli androidi, tra cui i più pericolosi sono quelli di Classe Excel – talmente potenti che, se ci trovano, la missione fallisce immediatamente. Sharp è riuscito, ambientando la storia sulla Terra e osservandola con gli occhi di chi non l’ha mai vista, a rendere vivace e interessante un’avventura nel futuro, rinunciando saggiamente a implicazioni morali e politiche ed evitando di inventare altri pianeti e tante razze fantastiche. Una certa ironia vela comunque tutto il racconto, che si snoda tra Madrid, Roma, Parigi e Londra e coglie l’occasione per citarne, in chiave bonariamente umoristica, luoghi e caratteristiche, con un tocco di “futuribilità” che aiuta l’immedesimazione e non suona mai banale. Particolarmente divertenti sono gli Houlgan, descritti come “80-90 tribù che basano il loro fanatismo su una religione da tempo dimenticata, che concerne il colore degli abiti, soprattutto le sciarpe. Tra le tribù le più importanti sono R’al, Juve, Stienn, L’pool e G’ners”. Ma c’è molto altro da riconoscere, sebbene le strizzate d’occhio siano rivolte specialmente ai londinesi, per i quali la location finale dell’avventura è praticamente parte della propria vita quotidiana. Ciò che è veramente eccezionale in Star Strider è la ricchezza di possibilità. Non esiste neppure lontanamente un true path : Londra è raggiungibile seguendo qualsiasi percorso, e quelle poche informazioni che tornano utili (ma non indispensabili) si possono trovare in molti luoghi. La rigiocabilità è elevatissima poiché ad ogni nuova partita si può tentare qualcosa di diverso, e si viene ricompensati con scene e situazioni sempre nuove e coinvolgenti. Particolare è il fatto che in realtà, fino a che non si raggiunge il luogo di prigionia del Presidente, ogni azione è di per sé irrilevante al successo finale e può considerarsi un riempitivo… ma in questo caso non è un problema, perché Sharp riesce a dare l’impressione che invece ogni mossa sia decisiva: l’azione è sempre frenetica e ogni piccolo successo è molto gratificante, anche perché quasi sempre viene raggiunto col ragionamento, e non andando a caso. Dato tutto ciò, è veramente difficile annoiarsi, a meno che prop…