Trial of Champions — recensione di EGO
EGO · 15 dicembre 2007 · 8/10
Finalmente si torna a Deathtrap Dungeon! Ecco lo strillo della quarta di copertina di Trial of Champions , una pubblicità come meglio non se ne potevano trovare per un nuovo libro di Ian Livingstone (specialmente dopo Temple of Terror ). Furbo, pigro o ispirato, o forse tutte e tre le cose, l’autore decide di riprendere la sua idea più amata e di ricamarci sopra una nuova avventura, riuscendo per fortuna a non far rimpiangere l’originale. La prima bella idea di Ian, autore indubbiamente bravo coi colpi di scena cinici e crudeli, è il pretesto. Ce ne stavamo navigando nella nostra barchetta per andare in vacanza, e invece una grossa nave ci travolge e per scusarsi ci accoglie a bordo… legandoci al remo. Sì, perché la nave appartiene a Lord Carnuss, cugino del Barone Sukumvit, e sta navigando a caccia di schiavi da portare alla Prova dei Campioni. Sukumvit ha “riarredato” il suo famoso dungeon e ha alzato la posta per il vincitore, e Carnuss vuole umiliarlo selezionando un campione che possa sconfiggere nuovamente il labirinto (e vuole anche rendere l’umiliazione doppia pappandosi i soldi del premio, ma questo è scontato). Ecco quindi che ci ritroviamo a dover sostenere tre giorni di prove e battaglie nell’arena contro altri quarantuno poveracci, di modo che alla fine ne resti soltanto uno. Questa sorta di prologo al dungeon è un po’ un efficace espediente narrativo, un po’ un buon sistema per far capire subito l’andazzo all’ingenuo che pensava che magari stavolta potesse farcela con Abilità 7. Niente da fare, i mollaccioni no pasaran : tra letali prove di Abilità e due avversari con Abilità 10, la selezione di Lord Carnuss si assicura di mandare a Fang un personaggio con Abilità 11 o possibilmente 12, dato che quest’ultimo non fallirà mai una prova di Abilità con due dadi, e quindi si leverà molti pensieri. Poi si passa al Dungeon vero e proprio, che è completamente diverso da quello vecchio, sotto ogni aspetto. E questa, secondo me, è forse stata la decisione più deleteria, benché perfettamente logica: questo labirinto dalla struttura diversa, di fatto, NON E’ il Deathtrap Dungeon, ma un nuovo, generico dungeon mascherato sotto lo stesso nome per motivi pubblicitari. L’atmosfera dell’originale, la sensazione di trovarsi in un luogo particolare, ben preciso e circostanziato, costruito appositamente e da esplorare attraverso tappe prestabilite, non può essere mantenuta se mi stai chiedendo di credere che qualcuno è riuscito a scavare nuovamente l’interno di una montagna per modificare una rete di gallerie già esistenti, ottenendo un layout totalmente differente. Quindi l’impressione che si ha durante tutta l’avventura è quella di essere in un ottimo dungeon, ma non nel Deathtrap Dungeon. Questo è innegabile, ma è anche innegabile che Livingstone sia stato molto bravo nel riuscire a replicare fedelmente la dinamica del libro originale. Suscita sempre qualche serio dubbio la presenza di creature potentissime che accettano di starsene lì buone buonine per un anno ad attendere i contendenti del primo maggio invece di andarsene a spadroneggiare in giro per il mondo, ma amen, si vede che il Barone paga molto bene. A parte questo, lo svolgimento della Prova si svolge come in passato, alla ricerca del sentiero che ci farà incontrare tutti gli altri contendenti e che ci permetterà di entrare in possesso dello sterminato catalogo di ammennicoli necessari a superare il fuoco di fila di check finali, oltre che tutte le varie trappole. Inutile aspettarsi qualcosa di diverso da un true path dalla persona che l’ha inventato, e in questo caso è un true path di quelli fatti bene, di quelli che ad ogni tentativo e ad ogni variazione corretta di percorso ti danno una prova tangibile del fatto che hai migliorato la tua performance e sei sulla buona strada. Questo è l’elemento che mancava in Temple of Terror : la gratificazione, che in quel libro era invece sostituita dalla mancanza di punizione. Se fare la scelta giusta vuol dire vincere un nuovo…