Watson sotto Accusa — recensione di EGO

EGO · 14 aprile 2008 · 7/10

Terzo libro di Lientz nella serie, Watson sotto accusa non è poi molto diverso dai primi due, anzi ne rappresenta un giusto mix, con un interessante diversivo rappresentato dall’assenza di Sherlock Holmes a supporto del protagonista. Siamo infatti nel 1894, periodo in cui il grande detective viene creduto morto per mano del professor Moriarty, e il nostro David Phillips si ritrova da solo a perorare la causa del dottor Watson, sul quale grava un’accusa di omicidio. Watson avrebbe ucciso Sir Terrence Milton, come lui socio del Club dei Tre Continenti, in seguito ad un alterco scoppiato nel Club stesso; gli ispettori Lestrade e McBride, però, non se la sentono di arrestare subito il dottore se non dopo aver fatto svolgere indagini più accurate da un detective. Qui entriamo in scena noi, parzialmente supportati da Mycroft, fratello di Holmes. La cosa curiosa è che in questo volume Watson dà del lei al protagonista e lo tratta da semplice conoscente, mentre nel caso Milverton erano cugini. Proprio quella del caso Milverton è l’ossatura principale della storia: inizialmente dovremo ispezionare il luogo del delitto, per poi passare all’interrogatorio di tutti coloro che hanno frequentato il Club la sera del crimine. La prima parte è condotta con un ritmo migliore rispetto allo scorso episodio, e le persone interrogate hanno quella verve in più che distingue i nobili dai servi. L’unico fianco scoperto del tutto è che una delle testimonianze rivela subito delle discordanze sospette con le altre, e perciò il colpevole si mette a nudo quasi subito, se siamo riusciti a superare i facili lanci di dado che ci permettono di scoprire le sue menzogne. Quello che succede dopo mescola la seconda parte del volume 3 (indagine “porta a porta”) col finale dell’1 (inseguimento del colpevole), e se quest’ultima parte non è bella e cervellotica come quella già vista, il prosieguo delle indagini mi è piaciuto assai di più che nel caso Milverton, dove si trattava semplicemente di buttare l’amo alla cieca per vedere se qualcuno abboccava, senza tra l’altro capire granché dell’accaduto. L’ultimo terzo di Watson sotto accusa offre infatti una grande varietà di mosse possibili, che si intersecano in modo da escluderne alcune se ne vengono fatte delle altre; ciò permette di assistere a scene diverse, di interferire con gli eventi in modo significativo e, pertanto, di avere un motivo per giocare più di una volta. Lientz è stato molto bravo a mettere in ordine questo mosaico di situazioni, forse con un unico grosso errore: non trovo infatti il nesso logico tra il paragrafo 478 e il 138 , visto che nel secondo il nostro detective improvvisamente scopre l’identità del colpevole pur non avendo trovato nessun inizio a riguardo. Lo interpreto come un salvataggio in extremis per il giocatore che non è riuscito a trovare quello che gli serviva, ma non capisco come mai non si potesse mettere, anche in questo caso, un paragrafo in cui l’indagine si arena e si viene invitati a ripeterla. L’ultimo difettuccio risiede di nuovo nel finale, perché quello “positivo” è anche qui del tutto avaro di gratificazioni, mentre quello meno brillante fornisce una bella scena insieme alla spiegazione completa del caso. Arrivato a questo punto comincio a pensare che non si possano ricevere apprezzabili complimenti in un mondo abituato all’abilità sovrumana di Sherlock Holmes, nemmeno quando di lui resta solo il ricordo! Ciononostante, Watson sotto accusa è sullo stesso livello del libro che lo precede, e così come per certi versi gli è inferiore, per altri lo supera.

Watson sotto Accusa